21.2.15

Che si fa con la nonna?

Il secondo quadrimestre mi ha messo sotto come un treno ad alta velocità.
Da venerdì scorso ad oggi ho avuto l'impressione di nuotare sottacqua con le bombole quasi scariche.
Sono stata sempre al lavoro, a casa solo per dormire, perché le prime settimane sono così, con corsi nuovi, alunni nuovi, sala dei professori da svuotare proprio il giorno che ti fa male la schiena, riunioni in cui vengono dette sempre le stesse cose, ma vabbè, è sabato.

Però ecco, almeno una cosa bella c'è stata. 
Fra i miei buoni propositi per quest'anno c'è quelli di andare a teatro (almeno 4 volte) e così, già a inizi gennaio, avevamo comprato i biglietti per uno spettacolo intitolato ''Che si fa con la nonna?'' che poi è stata mercoledì.

L'avevo comprato perché, leggendo un trafiletto di descrizione avevo visto che trattava di alzheimer e di nonni, un tema che ho vissuto e che mi sta a cuore. Poi guardando le foto di spettacoli precedenti mi ero un po' insospettita, c'era qualcosa di strano. 


Solo quando la regista/direttrice ha cominciato a descrivere ciò che la serata sarebbe stata, ho realizzato che TEATRO FORUM significava qualcosa di diverso. Il teatro forum (nato dal Teatro dell'oppresso) si propone di coinvolgere il pubblico, trasformando tutti in spettATTORI, usando il teatro come strumento di lotta sociale e di cambiamento e riflessione a livello personale, ma anche globale.

Funziona così: gli attori mettono in scena l'opera normalmente e poi, dopo aver spiegato 3-4 regolette, a luci accese la ricominciano, ma quando c'è qualcosa che non va, quando un membro del pubblico pensa che il personaggio avrebbe dovuto o potuto comportarsi in maniera diversa, allora può alzare la mano, dire STOP, salire sul palco e prendere il posto di quel personaggio, per rinventare la scena con gli altri attori, prontissimi a dargli filo da torcere.

 In questo caso la storia rispecchiava la vita di tantissime famiglie:
una nonna malata di alzheimer, di cui si prendono cura una badante romena che vive con lei e la figlia che vive al piano di sopra. L'altro figlio che vive a soli 5 minuti in macchina si presenta raramente, è sempre impegnato, scarica tutte le responsabilità sulla sorella, ma quando si tratta di spendere soldi (di sua madre) per migliorare la situazione, magari scegliendo di trasferirla in una struttura che possa prendersi meglio cura di lei non acconsente e continua però a lavarsene le mani.
La nipote, figlia della figlia, studia in un'altra città e promette di tornare in visita, ma questi 'presto verrò a trovarvi' non si trasformano mai in realtà. Il genero, marito della figlia, osserva la situazione da spettatore, non sa come aiutare e vede la sua vita matrimoniale andare a rotoli.

A quanti di voi risultano familiari queste dinamiche? Quanti di voi hanno vissuto quegli scontri, quelle frustrazioni, quella rabbia? Avremmo potuto fare di più? Avremmo potuto comportarci meglio? Cosa avremmo potuto dire e fare per rendere il tutto più umano? Come vivere questa terribile malattia senza che alla fine si ammali anche qualcun altro?

Perché così si conclude l'opera, con la figlia ormai stremata e malata anche lei, che non ha tempo per sé e finisce in ospedale, e allora ''Che si fa con la nonna?''. 

All'inizio temevo che, essendo composto il pubblico principalmente da pensionati, che già si erano lamentati all'idea di avere le luci accese nella seconda parte, lo spettacolo non avrebbe funzionato.
Invece il tema alzheimer ed anziani toccava personalmente più di uno degli spettatori seduti in sala e il tempo è volato.
Ci sono stati tantissimi stop, molte riflessioni, tanta voglia di condividere da parte di persone la cui vita è stata distrutta da questa malattia. Ci sono state anche risate e sicuramente delle lacrime e parecchi esami di coscienza. Per tutte quelle volte che abbiamo detto di non avere tempo, per tutte quelle male parole, per l'egoismo di alcuni e l'incapacità di trovare un compromesso. 


(Vi lascio un link - in inglese-  con studi interessanti sulla prevenzione dell'Alzheimer http://nutritionfacts.org/?s=alzheimer, sarà pure ereditario, ma ci sono tante cose che si possono fare per prevenirlo!)

6.2.15

Er mejo der Colosseo

Certe ciambelle riescono proprio con il buco.

Sono a Roma, lo sapete e di solito quando ci torno d'estatepasquanatale ci sono sempre un sacco di cose da fare e finisce che non esco dal mio quartiere e incastro incontri di famigliamici, ma mi rimangono in testa troppi avrei voluto o sarei voluta andare.

Uno di questi ultimi era un sareivolutaandare al ROMEOW CAT BISTROT (questo qui), aperto proprio a dicembre a 10 minuti a piedi da casa di mamma e papà, nuova casa di uno dei gatti di Luna di Formaggio, il rifugio per cani e gatti che gestisce mia sorella http://www.lunadiformaggio.com.

Quando poi avevo letto che la cucina sarebbe stata vegana, fremevo per andarci, ma quando infine avevo ritagliato una mattinata libera, grido di mannaggiaipescirossi, era lunedì ed era chiuso!


Questa volta mi sono ripromessa che non avrei lasciato sfuggire l'occasione, e quale migliore momento se non una cena con la mia amichetta Jasmina, in visita - per pura coincidenza - dalla Slovenia del mio cuore? Lei è stata la mia ispirazione vegana e allora cosa poteva esserci di meglio che celebrare 25 anni di amicizia se non una cenetta in un posto speciale?


Romeow è tutto ciò che mangiare fuori significa per me.

Un posto accogliente, gestito da persone carinissime che ti fanno sentire subito a casa, decorato nei minimi dettagli in modo creativo e particolare. Musica di sottofondo, cibo fantastico e poi loro, i 6 gattoni, che gironzolano, si arrampicano, sonnecchiano e ti ricordano, con la loro semplice presenza, che nella vita ci meritiamo di fermarci, tranquilli, a cenare, pranzare, fare colazione, mangiarci un dolcetto, chiacchierare, respirare e dimenticare il mondo di fuori che corre.




Le foto fatte con il cellulare non rendono (guardate il loro facebook linkato sopra) e sono talmente tante le cose che abbiamo provato che ora non ricordo più gli ingredienti e i nomi, ma solo la delizia dei sapori. Soprattutto della torta raw al cioccolato, me la sogno di giorno e di notte! La ricetta la trovate qui http://www.sugarless.it/?p=1482#more-1482



Così ci sono pure tornata, per una tarda colazione con mamma e papà, e per qualche altra foto e un'oretta di pace. Perché Romeow NON è un cappuccino bevuto di corsa prima di scappare chissà dove, ma il concedersi volutamente una pausa anche solo per guardare uno dei gatti dormicchiare o arrampicarsi sempre più in alto.






Che dopo 15 anni lontana da Roma io i ritmi frenetici non li capisco più, e Romeow è quell'oasi di tranquillità dove rifugiarsi e semplicemente godersi la vita! Da non perdere!




Il Romeow Cat Bistrot si trova a Roma, Via Francesco Negri 15, facilmente raggiungibile a piedi dalle fermate metro Garbatella o Piramide. Chiamate per prenotare a pranzo e cena, perché sta avendo un incredibile successo ed è quasi sempre tutto pieno
tel. 06 57289203 - romeowcatbistrot@gmail.com

http://www.romeowcatbistrot.com/

31.1.15

La sorpresa

La sorpresa internazionale funziona così.
La settimana prima della sorpresa (in questo caso le tre settimane prima) lavori talmente tanto che esci di casa senza pettinarti, a volte con la maglia del pigiama sotto il maglione e con le occhiaie che hanno il fuso orario e ti cominciano a circunnavigare la faccia.

Sono ovviamente le settimane in cui c'è un sacco di lavoro, in cui manca il personale, in cui mandi il primo whatsapp all'altro collega coordinatore alle 5.30 di mattina, quando lui ti ha mandato l'ultimo all'1.
Sono le settimane in cui dall'Italia arriva il bollettino medico che ti fa venire le palpitazioni di notte e allora impari a fare il training autogeno manco dovessi partorirla sta sorpresa.

Ma un po' è davvero un parto, perché sebbene fino a 2 giorni prima tu non abbia ancora comprato il biglietto aereo, hai già scritto a capa e sottocapa per avere i giorni senza stipendio per tornare e corri come una trottola, perché forse ti dicono di no, ma magari ti dicono di sì, perché in fondo non è che vai a divertirti, ma a fare da traslocatrice, infermiera, psicologa, intrattenitrice e soprattutto figliapresentenelmomentodelbisogno.

Sono ovviamente le settimane che a lavoro si scatena il caos, e i non si sa, si può, non si può, su e giù, e io cerco di farmi buono il karma dicendo buongiorno, come stai oggi? a tutti i candidati che si presentano agli esami, che di solito sono un orco e quindi è un bello sforzo.

Poi ti dicono di sì, e allora ci sono biglietti da comprare durante esami da fare e correggere, persone da sostituire, e tocca anche mangiare zuppe bruciate perché mentre le riscaldi sei al telefono e ti dicono che devi riuscire per l'ennesima volta a portare quel documento che loro dovrebbero già avere e puzzi come un caprone per quanto hai sudato qua e là.

Sono notti che vorresti che passassero già, perché c'è ancora una firma da ottenere, altre telefonate da fare e mal di testa da schivare.

Perché la sorpresa, per essere tale, ha bisogno pure di complici da avvisare, storie da imbastire, alibi da creare.


La sorpresa non avrebbe invece bisogno di un'ora di ritardo del volo, che soqquadra il piano perfetto, gli orari, le strategie. Il santo telefono con internet ripermette di quadrare il cerchio, mentre bugie Pinocchiose fanno credere a mia mamma che sono tranquilla a casa a Murcia  a fare colazione o preparare il pranzo, io fra domande e risposte ho camminato fino alla stazione, ho preso il mio pullman, ho passato i controlli con la valigia carica di arance, limoni, cachi e patate lesse che erano la mia spesa per quei giorni che non sapevo ancora dove sarei stata. E sono al gate ad aspettare e a fremere quando il piano A salta per colpa del vento romano.

Ma nei giri e gironzolamenti e corse folli dei giorni precedenti ho pensato anche al piano B e corro trafelata in aeroporto, per batterli sul tempo, e un altro bus e una metro B come il piano B! ed essere infine davanti alla porta di casa mia, quando ancora non c'è nessuno.


Mi vede un vicino, seduta sulle scale, non ho le chiavi, e rubo internet dalla mia stessa casa, al di là della porta e aspetto, io che non ho pazienza, aspetto. Perché so che la sorpresa ha funzionato.


Li sento i miei che arrivano, perché sono caciaroni, li sento dal piano terra e mi nascondo dietro la porta dell'ascensore, come facevo con Aika tutte le volte. So che fanno i turni per salire e prima penso di aprire la porta dell'ascensore e fare BUUUUUU, poi ci ripenso, che ci manca giusto un infarto, meglio di no.

Così me ne rimango seduta sulle scale e lascio che sia la mia valigia accanto alla porta a dare il primo indizio. Macché, mamma la guarda, interdetta, è sulla nostra soglia eppure niente, non si gira, segno che la sorpresa è riuscita davvero, perché neppure davanti all'evidenza si rende conto che sono lì, a 3 passi, dietro la porta ancora aperta dell'ascensore.

Allora mi alzo, ma niente, se fossi una pazza omicida mia madre non avrebbe neppure l'attimo di panico, non mi vede. Finché non si gira per chiudere la porta dell'ascensore e allora lo vedo, quello che succede nelle inquadrature in primissimo piano dei film, come la pupilla fa ZOOM e il segnale dell'impossibile arriva al cervello.

Adrenalina, era quello che volevo. 
Scatta il gridolino e le dico zitta zitta, che anche mio padre che sta per salire si beccherà la sua dose.


E così infine siamo dentro casa e mio padre suona alla porta, apro che lui non sta guardando me, poi guarda su e di nuovo quelle pupille e quel sorriso.

E non so se a me piacciono le sorprese, però mi piace immaginarle e metterle in atto, perché poi ti scordi le corse, i giri, l'attesa, ti scordi il caos, gli appunti scritti sulle mani perché devi ancora fare questo, questo e questo prima di partire, e ti ricordi solo le pupille che fanno ZOOM e la botta di adrenalina che cura tutti i mali.

26.1.15

Di tette, squame e limoni.

C'era un tempo in cui lo stress mi faceva venire delle emicranie da ospedale.
Poi ho imparato a catalizzarlo, a non farmi tangere troppo da cosa mi succede intorno e ad essere più asociale sul lavoro. La situazione è indubbiamente migliorata, ma ci sono momenti che mettono a dura prova la mia resistenza.

La settimana scorsa è passata in un soffio valanga. Ci sono finita dentro e sotto perché abbiamo vari colleghi/e in congedo per gravidanza, malattia, depressione. Siamo rimasti in pochi, e neppure pochi ma buoni. Così gli esami, correzioni, cambi, riunioni, aule che mancano, che cambiano e tutti i tipici cavoli della vita di un professore si sono concentrati in 5 giorni e  mi hanno travolto in pieno.

Io mi faccio le spremute di arancia tutte le mattine, sto mangiando sanissimo perché 'sta storia di non comprare cose imballate in plastica mi sta obbligando a evitare un sacco di veganschifezze. Cerco di dormire più che posso, un sabato sera se sono stanchissima non me ne frega niente di uscire, me ne vado a letto alle 9 e dormo fino alle 7. Ci metto più o meno le stesse ore che ci mette il mio ipad a ricarcarmi.

Però, nonostante tutto, a volte la fatica si fa proprio sentire. Così per tutta la settimana scorsa ho avuto un mal di tetta che mi sentivo Afrodite A, l'amica di Mazinga Z, la spara tetta. Pensavo che l'avrei sparata da un momento all'altro e avrei fatto esplodere le classi, le cartelline di esami da correggere, i turni di colloqui orali. BOOM! 
E poi mi è venuta una macchia rossa di dermatite sullo stinco sinistro, che so che qualcuno direbbe che è un innegabile segnale che sono stata rapita dagli alieni, ma secondo me è proprio la fatica.

Ho evitato di pensarci tutta la settimana, portandomi appresso la tetta bionica e le squame ben nascoste e pregando che finisse.
È finita.

Mangiarmi un ananas fresco intero ha risolto il problema tetta (altro che antiinfiammatori!). 
Crema idratante e ore di sonno risolveranno il problema pelle di serpente.
Per tutto il resto non c'è Mastercard, che a me fare shopping non serve a rilassarmi, anzi.

Per tutto il resto c'è una passeggiata nei campi, che stanno a 15 minuti da casa mia, e dove incredibilmente nei 15 anni che vivo a Murcia, non ero mai stata.
Murcia è bruttarella sotto certi aspetti, poco curata, un po' sciattona.

Però poi ti regala degli angoli che ti fanno pensare: forse sono io che di solito non presto attenzione.

Non si vede bene, ma sui fili per stendere in fondo ci sono appese fili di bucce di arance e limoni. La prossima volta chiedo alla signora che ramazzava il giardino cosa ci fa.
 
Fra tanti palazzi nuovi resistono case così, coi panni stesi in giardino. Io ci vivrei.
 

Questa sembrava disabitata ... vado a chiedere quanto costa?


Balconi verdi!

E poi eccoli, loro, i miei amati, che sporgono dalle recinzioni per farsi rubacchiare.
Sapevate che cominciare la giornata con un bicchiere di acqua tiepida con il succo di mezzo limone vi rimette in sesto? Aiuta ad eliminare le tossine, a depurare il fegato, a stimolare il sistema immunitario e che più ne ha più ne metta. Poi se i limoni sono pure gratis ...


E per finire un bel pezzo di tortilla vegana. Una ragazza dei nostro gruppo facebook veggie infine pare aver trovato ciò che le piace fare: cucinare su ordinazione usando ingredienti bio (che compra a un'altra ragazza del gruppo che ha un orto). Accetta pure baratti, pagamento in generi alimentari o altri oggetti che possono servirle.


E ora inizia un'altra settimana! Valanga in arrivooooo!

22.1.15

Plastica NO # 3

Una mia collega mesi fa era arrivata un giorno al lavoro piena di bustine di plastica piene di frutos secos. Che gli spagnoli sono scoiattoli per la quantità di noci, nocciole, mandorle, anacardi, semi di girasole ecc. che mangiano.
Io pure ne mangio e mi scocciava profondamente andare a comprarli al supermercato, dato che sto cercando anche di evitare di comprare in grandi catene.

Avete presente quelle volte che si passa tutti i giorni davanti a un posto e non ci si rende conto che è lì? Beh, quei frutos secos che la mia collega aveva portato in ufficio venivano dal negozietto che è all'angolo della via dove lavoro.

Un negozietto piccolo, che oltre alla frutta secca vende pure biscotti e pane, legumi, olio, un po' di tutto insomma. In 8 anni che lavoro qui non ci ero mai andata, pur passandoci spesso davanti.

Poi ho visto il video di Lauren Singer, del suo esperimento antimondezza 


E a Natale ho ascoltato la mia (pro)zia novantenne che raccontava come, quando lei era bambina, andava coi suoi in un negozio dove compravano la pasta sfusa e poi suo padre, il mio bisnonno, scriveva su ogni busta di carta  - di quelle marroni - che tipo di pasta era. E mi sono chiesta: com'è che noi non compriamo quasi più niente sfuso?

Perché non è pratico, perché non abbiamo tempo, perché ormai i negozi che vendono articoli sfusi sono pochi, perché è più comodo andare in un solo supermercato e comprare tutto lì, comprese frutta e verdura plasticose che non sanno di niente.

E mi sono ricordata del negozietto dei frutos secos e ho deciso che ci sarei andata, a chiedere se era un problema per loro che io portassi i miei contenitori o buste di carta e me li facessi riempire.

Così ho portato al lavoro un barattolo di vetro e l'ho tenito sulla cattedra per un po' di giorni perché mi scordavo sempre. Ma poi un giorno all'uscita avevo pure un altro contenitore (di plastica, ok, ma usato e strausato) nello zaino e giusto 10 minuti liberi prima di un appuntamento. 

E sono entrata nel negozietto.
C'era fila, la signora al banco conosceva parecchie persone per nome, le ho detto del mio esperimento anti-confezioni/buste e le ho chiesto se mi poteva riempire contenitori che portavo io.

Ma certo - mi ha detto - magari fossero tutti come te.

Me ne sono tornata a casa con 200g di anacardi buonissimi.
Il giorno dopo ci sono ripassata con il contenitore di vetro a comprare un po' di nocciole.

Perché nel caos delle nostre vite credo che 5 minuti tolti al facebook o alla TV si possono sempre trovare, è solo questione di abitudine e organizzazione. Quindi d'ora in poi cercherò di organizzarmi.

Secondo me ne vale la pena!



20.1.15

Succede in classe # 3

 Ipnotizzati dal microonde

Io: Cosa fate quando volete rilassarvi e non pensare a qualcosa che vi preoccupa?
Studente: mi faccio un po' di popcorn. Girano e girano e girano e io non penso a niente.

Mannaggia ai pesci rossi, che non mangio pop-corn dal 2010.

Un po' di porno non fa mai male

A coppie devono raccontarsi un film che hanno visto.
Vedo 2 (donne) ridacchiare parecchio, poi si nota che una non capisce proprio cosa l'altra le sta raccontando.

Io: se non sapete qualche parola specifica, chiedete pure!
Alunna ridacchiando: Cecilia, come si dice prepuzio?

Occhi dei maschi della classe sbarrati!

Ma dico io, che cavolo di film vedete???
(Poi ho scoperto che parlavano del film francese Qu'est-ce qu'on a fait au Bon Dieu, in cui c'è una scena di una circoncisione)

Stanno troppo avanti

Stiamo facendo un ascolto sull'origine delle parole. Tipo, lo sapevate che arancia viene dal sanscrito e significa: veleno per elefanti?
Una delle altre parole era ketchup, dal cinese kê-chiap. L'ascolto ne fa lo spelling, perché ovviamente è diverso dalla parola inglese.
Stiamo correggendo l'esercizio è un alunno mi fa:

- Cecilia, ma il ketchup esiste da tanto tempo allora.
- Beh, sì, pare di sì.
- E allora perché nel listening parlano dell' iPhone? 'Sti cinesi!
- Whatttttt?

iPhone  fəʊn
Hyphen (trattino fra le parole) /ˈhaɪfən/ 

 

18.1.15

Casa di bambola

La lista dei miei buoni propositi globale la tengo in un post in bozza.
Mano mano che ne avvio uno ne scrivo.
Guardo la lista quasi tutti i giorni, ispirata da un altro post (questo) che ho letto sul blog di Cris, secondo una mia personale rivisitazione. Leggere i propositi ogni giorno fa sì che una Miss Memoria Vagante come me se li ricordi tipo mantra. E il 17 gennaio - che secondo le statistiche è il giorno in cui la gente comincia ad abbandonare le proprie buone intenzioni - io ho messo in atto la fase 1 del settore: Cultura.

Il buon proposito mettiamo in moto il neurone 2015 è di andare almeno 4 volte a teatro.
4 sono poche certo, l'ideale sarebbe andarci 1 volta al mese finanze permettendo, come facevo quando vivevo a Roma ed avevo l'abbonamento.
Però calcolando le vacanze, i mesi estivi in cui i teatri magari sono chiusi, il fatto che non tutti i mesi ci sarà qualcosa che mi piace, ecco, 4 allora mi è sembrato un numero giusto.

Così ieri sono andata con Marghe e Elisabet a vedere Casa di Bambola di Ibsen.
Lo avevo letto al liceo (e ora mi viene il dubbio che lo avessi già visto a teatro nella sua versione classica, dato che sia le mie varie prof. di lettere, che il prof. di inglese ci portavano spesso a vedere le rappresentazioni di ciò che studiavamo, che grandiosi prof. che ho avuto!) e ricordavo probabilmente la frase più famosa 

Ma la nostra casa non è mai stata altro che una stanza da gioco. Qui sono stata la tua moglie-bambola, come ero stata la figlia-bambola di mio padre. E i bambini sono stati le bambole mie.

Più che l'ovvia metafora dell'inno all'indipendenza mentale delle donne, io ci ho visto una triste situazione che ancora tutt'oggi sussiste. 
La protagonista, nella sua fase bambolina capricciosa, marionetta del marito, mi ha ricordato tantissimo una ragazza che lavorava con me e che, come una bamboletta sempre felice e con gli occhi di vetro, si sforzava di dire sempre di sì, che bello, amore, tesoro, hai ragione, faccio finta di mangiare ma non tocco niente del piatto perché fosse mai che ingrasso e lui scappa con un'altra 10 anni più giovane
Il tutto per avere un futuro marito ricco, con una buona posizione sociale, perché era ciò che i suoi genitori si aspettavano da lei. perché lei da sola non si sentiva completa.
Si vedeva che la sua vita era un continuo sforzo per mantenere vivo questo teatrino, e quando l'attore principale era venuto a mancare (perché effettivamente era scappato con un'altra, ma non 10 anni più giovane, bensì più indipendente) il suo mondo casa di bambola era andato in pezzi.

Ho smesso di uscirci dopo aver cercato di aiutarla, per finire ad ascoltare per 3 anni sempre lo stesso disco incantato di lui era, lui voleva, lui non voleva, lo amo, lo odio, senza di lui, con lui.

Forse invece avrei dovuto invitarla a teatro con noi. 

C'era un tempo in cui avevo il cuore infranto e pensavo (ispirata mi pare da un libro di Marcela Serrano) di aprire una sorta di cooperativa-casa di riposo mentale per donne dipendenti dall'amore, per riprendersi dopo una rottura. La mia idea era metterle a fare attività fisiche di diversi livelli di fatica, tipo preparare marmellate o passata di pomodoro, zappare la terra, spaccare pietre. E canalizzare le energie e ricordi negativi in azioni costruttive e produttive.
Mi immagino già le etichette da appiccicare sui barattoli di marmellata.



14.1.15

Plastica NO # 2

Essere vegano molto spesso significa portarsi appresso qualcosa da mangiare, perché non si sa mai se si troverà qualcosa quando si è in giro.
Poi facendo la vita che faccio io, cioè lezione fino alle 8 di sera e poi spesso direttamente al cinema,  le mie cene una/due/tre ... volte a settimana si svolgono su comode poltrone rosse, davanti al grande schermo, circondata da spettatori interdetti. (Sì, a Murcia fanno entrare con gli zaini al cinema!)

Io non mangio popcorn da 4 anni mi pare (da quando una volta sotto le feste di Natale ne avevo mangiata una ciotola piena e mi si era gonfiata tutta la lingua), e ovviamente tanti altri cibi cinematografici sono off-limits: nachos con pseudoformaggio, hotdog di chissà che restidcarne, gelati di latte ormonato, insomma, preferisco portarmi la mia cena.

Mi muovo con lo zaino pieno di banane e mele sciolte e con tupperware contenenti un po' di tutto. Il mio cibo cinematografico preferito sono le patate lesse, con contorno di carote, olive, magari veganformaggio piccante. 
Giro sempre con scatole e contenitori di ... plastica. 
Che sono sempre le stesse, che non le ho neppure comprate io perché erano già in questa casa quando sono arrivata, o sono confezioni di qualcosa riciclate. Però, però, però ...

Da quando due anni fa avevo visto il film Lunchbox (questo qui) mi ero innamorata della storia (la poesia nei piccoli gesti, la vita che cambia, il coraggio di rischiare) e di un oggetto.
Il tiffin. 
Che altro non è che un portapranzo di metallo, a vari piani, che si usa molto in India e da quelle parti e ora anche nel Regno Unito (ne avevo già parlato qua). Io all'asilo mi portavo a scuola la mia bella pasta al sugo in un portapranzino di metallo, versione ridotta di un tiffin. Altro che plastica.

E ora, 30 anni più tardi, grazie a Margherita Dolcevita, che ascolta, ricorda e cerca e ricerca su internet, ho il mio tiffin anche io come regalo di Natale. Felicità! Penso che lo battezzerò addirittura, Phiffino, Fiffi, Tiffi, boh.

Forse sarà il caso che io inauguri un'altra rubrica, tipo Cena da Tiffin, per dare idee a chi come me si trova a pranzare e cenare vegano al sacco fuori casa.

Aggiungo che io non uso più i tovaglioli di carta, ma porto sempre appresso un tovagliolo di cotone vecchio stampo e anche posate - in questo caso plasticose comprate all'Ikea, che finché durano le userò.
Aggiungo anche che un Tiffin pesa certo più dei contenitori di plastica, quindi ci saranno giorni e momenti - tipo quando ci sono da fare a piedi gli 8.4km da casa al cinema - che forse non me lo porterò, ma lo userò ogni volta che posso, per diffondere la cultura Tiffin.


12.1.15

Succede in classe # 2

Ed ecco a voi altre perle di saggezza dei miei alunni



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Giro per la classe ascoltando frasi sciolte, gli alunni lavorano in coppie.

Alunno che parla con un altro alunno sulle strategie per ricordare parole in inglese più facilmente: " io ho una memoria davvero buona. Quando Cecilia dice una cosa in classe io, se la sento in TV, mi ricordo subito cosa significa. Per esempio, l'altro giorno stavo vedendo un film porno ..."

O_o ... Ma che cavolo dico in classe?

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CLASSE DI LIVELLO B1.3 - INTERMEDIO

A casa dovevano leggere una storia vera di due alpinisti persi nelle Ande nel 1985 (ci hanno fatto pure un film, questo http://en.wikipedia.org/wiki/Touching_the_Void) e rispondere a delle domande.

Poi in classe c'era da fare un ascolto riguardante la fine della storia, con le solite domande vero/falso.

Una delle affermazioni era:
Some people have accused Simon of being selfish.

Chiedo per essere sicura che lo capiscano tutti: che significa selfish?

Guizzo di neurone suicida: Lo so! Lo so! Selfish, selfish! Si è fatto un selfish ed è caduto giù dal dirupo!

SELFIE /ˈselfɪ/   e se compro una consonante SELFISH:  /ˈselfɪʃ/

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Ogni quadrimestre faccio una lezione speciale sulla Scozia. 
Do a tutti una scheda in cui ci sono informazioni basilari, tipo estensione, capitale, lingue parlate, laghi famosi, inno nazionale, animale simbolo ecc.
L'animale simbolo della Scozia è l'unicorno.
E puntualmente ogni quadrimestre un alunno mi guarda interdetto e mi fa:
- "Ma Cecilia, gli unicorni esistono"?

Vabbè, basta crederci!


7.1.15

Plastica NO # 1

Essere vegana per me significa tante cose.
L'aspetto più visibile è forse quello alimentare, ma la mia evoluzione non si è limitata a cosa metto nel piatto.
Che gli animali su questo pianeta vivono e allora se non ammazzo loro, ma distruggo il pianeta, a che cappero serve?
Da lì sono cominciate tante mie guerre di scoperta e una di queste è la mia crociata antiplastica.
Bottiglie, flaconi, vasetti, confezioni, cellophane, pellicola per alimenti. 'Sta plasticacheduramilionidianni è ovunque e io ho cominciato ad odiarla.

Allora quest'anno ho deciso che farò di tutto per ridurre il mio impatto plasticoso sul mondo, cercando soluzioni diverse e in continua evoluzione e miglioramento.
Ho ancora in casa confezioni di cose comprate l'anno scorso e spesso ci metterò un po' a trovare una soluzione alternativa per non rinunciare a qualcosa (tipo, gli spaghetti di riso cinesi con cui faccio le zuppe, mi sa che sfusi non li trovo!)

Però con questo post inauguro la rubrica PLASTICA NO, in cui vi terrò aggiornati sui miei miglioramenti e scoperte antimunnezz indistruttibile.

Prima decisione, presa già lo scorso anno.
Cercare alternative agli spazzolini da denti usa e getta.
Perché cavoli, ogni 3 mesi in media ne buttiamo uno, 4 all'anno, che insomma, se vivo 100 anni sono un fracco di bastoni di plastica e setole. Spesso non riciclabili.

Per Natale allora ho chiesto ai miei genitori - mentre cerco soluzioni ancora più ecologiche - di comprarmi questo spazzolino qua, Monte Bianco Clip. È di plastica (e non so esattamente di che tipo), ma ha i ricambi, per cui perlomeno il manico durerà tutto l'anno.
I problemi che vedo sono due: è tedesco, ma io vorrei puntare a prodotti locali o nazionali. Non per campanilismo, ma per il semplice fatto che questo spazzolino a Roma ci sarà arrivato in camion, quindi inquino meno da una parte, ma la benzina del camion? Problema due: spesso questi articoli smettono di essere prodotti, quindi o uno si fa una scorta di testine, o probabilmente fra 1-2 anni questo modello non esisterà già più. Vabbè, perlomeno per un anno questo problema è risolto, ma continuerò ad indagare. 
Poi c'è il terzo problema, che la confezione è di plastica (e carta) e non so neppure se è di plastica riciclabile, dovrò scrivere a questi della Frisetta Kunstoff GmbH.


Io stessa a Natale ho regalato alcuni spazzolini con il manico di bambù (comprati nella catena Tigger), che sono usa e getta ma almeno biodegradabili. Però di nuovo, confezione di plastica e prodotti lontano. Quindi neppure quella mi sembra la soluzione migliore.

Però ecco, magari se questo post serve a far riflettere qualcuno (e anche a ricevere consigli di persone più esperte), tanto di guadagnato.

E ora, a lavarsi i denti!