2.2.16

Di libri, meditazione, abitudini e ricompense


Quest'anno invece di scrivere i buoni propositi per il 2016 il 31 dicembre o giù di lì, ho deciso di prendermi un periodo di silenzio stampa e disintossicazione da facebook, blog e affini.

Ironicamente è successo quando, comprando un nuovo cavo per l'ipad che pensavo fosse ormai moribondo per il troppo uso, ho scoperto che era proprio il cavo (comprato originale al negozio!!!!) ad essere scassato, il mio amato iPADDO invece era bello pimpante e contento di questa nuova scarica di energia, dopo un anno intero che ci metteva più di 15 ore a caricarsi.

Dopo NON essere riuscita a leggere 39 libri lo scorso anno come mi ero ripromessa (goodreads challenge), avendo trovato parecchi epub di libri che mi ero segnata di voler leggere, ho passato un mese di gennaio in fase topo di biblioteca.

A differenza della me lettrice del passato - leggevo fondamentalmente romanzi a casaccio che trovavo a Roma comprati da mia madre o bookcrossing o biblioteca - e dopo la delusione di aver sprecato 3-4 ore a leggere 2 romanzi davvero terribili (perché io non ce la faccio a cominciare un libro e non finirlo), ho deciso di cambiare genere e di darmi ai libri di self-development e ai saggi di psicologia e scienze sociali.

Da anni - dopo averne trovato un capitolo gratis online - volevo leggere Stuffocation (di James Wallman), perché in linea con il mio minimalismo. Lo immaginavo scritto in chiave psicologica, quindi all'inizio ritrovarmi immersa nella storia del capitalismo è stato un po' uno shock, ma alla fine mi è sembrato davvero interessante. Lo consiglio se vi sentite sommersi dalle cose!

E da lì sono passata a The power of Habit (Charles Duhigg) e The Willpower Instinct (Kelly Mc Gonigal), che non c'entrano un bel niente con i temi del precedente, ma che potrei azzardarmi a confessare, stanno significando una svolta nella mia vita. 
E così, forte dei trucchi appresi, ho un po' rivoluzionato le mie giornate.

Basta facebook (nel senso tradizionale del suo uso, cioè impicciarmi della vita degli altri e passare ore e ore su gruppi vari), basta serie TV (eccetto magari 20 minuti a pranzo), basta computer acceso di sera 1, 2, 3 ore prima di andare a dormire.

Benvenuti libri, libri, libri (ne ho circa una 15 in attesa e ogni giorno ne trovo altri che mi interessano, basta letture a casaccio - ora porto sempre l'ipad con me così leggo nei momenti vuoti) e, incredibilmente, benvenuta meditazione.

Ora, forse leggendomi avrete capito che io sono una persona leggermente iperattiva. Finora ero abituata al multitasking, a non poter stare ferma, a dover fare 2-3-4 cose contemporaneamente. Meditazione io? Ma che siamo matti? Quando anni fa avevo provato a fare tai-chi avrei ammazzato l'istruttore a fine lezione. E invece, su uno di questi libri che ho letto, ho trovato il metodo per meditare anche io! (credo che ognuno debba trovare il suo, non c'è un trucco magico per riuscirci)

Cominciato con 2 minuti, ora arrivo a 15-20. Uso un'applicazione che si chiama CALM, che durante il giorno mi serve per frenare la follia imposta da altri (al lavoro per esempio) e ricordarmi chi sono e cosa voglio, e di sera mi serve per addormentarmi. Ebbene sì, mi autoipnotizzo e mi addormento in 10 minuti (e prima ci mettevo un'ora a volte!). Provate!

Insomma, gennaio è stato il mese dei libri e della meditazione. 
E anche delle flessioni mattutine, perché nel libro sulle abitudini e in quello sulla forza di volontà si dice come creare un'abitudine e farla diventare naturale. Ho provato con le flessioni - e con non mangiare tutta la cioccolata che avevo ricevuto a Natale di botto! - e ha funzionato. 

Dunque vi consiglio questi due libri se avete l'impressione di perdere tempo, di non poter superare un problema che avete da tempo, di non sapervi organizzare, di non sapere come uscire da un circolo vizioso. E prendete appunti. Io li ho letti abbastanza velocemente, ora li rileggerò tranquillamente per focalizzare meglio. (a questo proposito ho letto anche Focus di Leo Babauta, ne trovate una versione gratis sul suo sito http://zenhabits.net/focus-book/)

E dopo aver fatto tutto questo gennaio è stato anche il mese della ricompensa: Glasgow.


Sulla Scozia potrei scrivere milioni di cose, e su Glasgow in particolare tantissimi dettagli ed emozioni. Non sarebbero certo le tipiche dritte di viaggio, dato che per me tornarci è tornare nella casa del mio cuore. E Glasgow lo sa e mi premia frenando la pioggia e la neve annunciate e regalandomi due giorni di passeggiare, di chiacchiere, di cibo vegano, di qualcosa di vecchio e qualcosa di nuovo, di incontri, di nuove idee e progetti.

Ecco, un viaggetto al mese sarebbe una bella abitudine da avere, no?






1.12.15

Il silenzio dei funghi




Per combattere la vita allo sbaraglio che come un cane bagnato e infangato ti corre incontro, ascolto video zen e leggo le vite di maratoneti e mi convinco che devo dare un ordine diverso alla mia routine.

Così mi faccio uno schema, delle cose da fare ogni settimana e le cancello con l'evidenziatore verde speranza o giallo limoni rubati nei campi, che quello è il compito della domenica. Poi la domenica sera lo strappo e ne comincio uno nuovo sul cartone della scatola dei digestive.

Voglio macinare km a piedi o vasche in piscina, per arrivare dove non lo so, per ora procedo.
Qualche settimana di sveglia alle 4, bello il mondo silenzioso e immobile e le mattine che durano una giornata intera, e mo' che faccio?

Penso di aver tutto sotto controllo, il processo di trasformazione in asceta è pressoche terminato.
Ma come diceva un mio prof all'università, non va bene essere eccellenti, vuol dire che non hai più niente da imparare, e allora mi faccio lo sgambetto da sola e mi avveleno.

Perché lo so che i funghi contengono simil lattosio, lo so che il glutine è uno degli ultimi nemici che vogliono strapparmi il passaporto italiano, lo so, ma mi faccio la pasta coi funghi, così, a secco, senza sugo, senza olio, e mentre i funghi cuociono penso ammazza quanto puzzano e il cervello registra l'informazione e fa harakiri.

Il giorno dopo ho la febbre, un mattone nello stomaco, di quelli arancioni porosi che spaccano i vetri nei fumetti e affondano i cadaveri dei mafiosi nei laghi. Per precauzione non vado in piscina e mi rintano nel letto, a smaltire la mia sbornia nell'immobilità di cetaceo arenato.

È forse il corpo che dice ferma, va bene, fatti pure gli schemi che vuoi, ma ci hai pensato bene? Dov'è che razzoli e arranchi, dove vuoi arrivare?
Ignoro le voci, risorgo di lunedì, ma lui, il corpo, c'ha tutti i suoi bei meccanismi per frenarmi e far correre la mente, invece di farla girare a vanvera come un mulino impazzito.

Sono in classe quando all'improvviso mi si ingolfa la voce, i polmoni chiudono bottega e comincio a starnazzare. Il giorno dopo la voce non c'è più, andata, e io me ne sto zitta tutta la mattina solitaria, poi vado al bagno e faccio una prova davanti allo specchio, ma no, la voce non c'è.

Però non sto più male e allora vado a lezione lo stesso, fiduciosa che magicamente alle 4 tornerà, invece alle 4 arriva Arturo er Camionista 3 pacchetti di sigarette al giorno, che sono io in tuta in versione svociata.
Gli alunni mi dicono ma i vegani non si ammalano mai, io pure lo penso, questo silenzio forzato deve essere altro.

Che poi mica ci vuole tanto a capirlo, se non hai voce, saranno gli altri a dover parlare, tu puoi al massimo fare le facce, scrivere alla lavagna, assentire, pollice in su, conto fino a 10 e poi ...
E così ascolto e imparo la mia lezione, che parlo troppo e sempre, e quando i polmoni collassano sono infine gli altri a parlare, senza interruzioni, e forse senza paura o soggezione.

Ascolto infine i miei alunni chiacchieroni, senza FRIEND non si dice FREE END, e tu che ne pensi? E ora passiamo ad un altro argomento.
È bello, per due giorni, farsi guidare, oggi quest'attività continua perché hanno un sacco da dire e non posso fermarli e poi li ritrovo fuori di classe che continuano a parlare, del condividere, del perché in un Paese apparentemente tanto amichevole e amicone come la Spagna, spesso regna un individualismo così rassegnato da far paura.

In silenzio assimilo anche un complimento laddove mi aspettavo una critica o della negatività, vengo a lezione, teacher, perché mi piace come insegni, perché qua imparo e metto in pratica - lui che la lezione precedente si era stressato e aveva sbottato.

In silenzio nessuno viene a cercarmi per raccontarmi pettegolezzi o malignità, perché non posso dire niente di rimando e mi scrollo di dosso un bel po' di negatività. 

Lezione imparata, la prossima volta tengo la bocca chiusa e così non ci entrano neppure funghi assassini.

Lo strumento più potente di un professore è la voce. 
Lo strumento più potente di un professore è il silenzio.

15.10.15

Aforismi acquatici




A volte la vita è come una piscina di aquagym. 
Piena di signore di mezza età che ci vengono a chiacchierare, a spettegolare, a scappare dai mariti di prima mattina, 2 volte a settimana, dalle 8 alle 8.45, quando il sole non è ancora sorto.
Si corre cammina nell'acqua tutte in circolo anarchico, branco di ippopotame fantasia.

E se ci provi a correre, come dice l'istruttore, soprannominato Mr Culito, ti lanciano un'occhiataccia.

Non entravo in una piscina da secoli. 
Ho fatto nuoto per tanti anni e ho sempre odiato la cuffia e il costume intero. 
Però ho sempre amato l'acqua. 
Mi fa dimenticare il mondo fuori e solo essere, esistere.

Poi ho scoperto che ci sono i costumi interi a pantaloncino, coprichiappa insomma, che non ti si mettono in mezzo al sedere. E le cuffie pure sono evolute dagli anni '90, non creano più la sensazione di cervello sottovuoto.
La piscina è a 5 minuti a piedi da casa mia, questo quadrimestre non lavoro all'alba, insomma gli astri si sono allineati. Iscritta.

Poi a un certo punto Mr Culito dice dall'altro verso, e bisogna girarsi e si viene investiti dallo tsunami della corrente concentrica creata da sederi sballonzolanti e pigrizia mattutina.
L'acqua ti investe come un muro, le signore si fermano, perché loro mica vengono a aquagym a stancarsi, vengono a riposarsi da nipoti iperattivi, figli superoccupati, mariti brontoloni.

Io attraverso il muro d'acqua che pare una tempesta e cerco di correre al contrario, perché è la metafora di questo mese, andare controcorrente, buttarsi contro muri apparenti e vedere che c'è dall'altra parte. 
In piscina c'è Mr Culito sorridente, che finalmente alle sue lezioni ci sarà qualcuna - io -  che lo ascolterà. 

Al di là degli altri muri vedremo.





9.9.15

L'espatrio ai tempi che Berta filava (1)















Questi ultimi tempi parlo spesso con Serena, romana pure lei, trasferitasi dalla Caput Mundi all'Australia e da lì in Scozia. Lei è dove io vorrei essere e dove lei non vuole essere (perché se ne sarebbe rimasta felice fra i canguri) e così mi sento come l'onere e il dovere di farle amare la mia Scozia dell'anima e la bombardo di messaggi di cose da fare, da vedere, da comprare, da mangiare.

Lei dice piove e fa freddo e io, che sono appena tornata nel deserto spagnolo, sogno uomini in kilt, verdeverdeverde, superoffertone dei supermercati, tea time, grigio e poi quegli sprazzi di sole e quella luce scozzese che non l'ho mai vista altrove.

Parlando e raccontandole le mie peripezie in terra di Wallace, Serena un giorno mi fa: dovresti però scrivere queste storie di espatrio pre-internet.
Effettivamente all'epoca internet c'era, ma solo in biblioteca, i cellulari pesavano 'na quintalata ed era l'anno che Ryanair fece BOOM.

Il mio espatrio - come quello di tanti altri è quindi stato un'avventura un po' solitaria/lonely planet nella preparazione, piena di malintesi nello svolgimento, eppure con nostalgia ripenso a quelle prime sfide, a quelle prime scoperte.


Missione # 1 dell'espatriato non tecnologico

Altro che googlemaps! Toccava trovare un posto dove vendessero una mappa della città per poi potersi orientare nella ricerca di una casa. La prima sera, arrivata a Glasgow verso le 7 di sera, mi toccò prendere un taxi per arrivare in ostello. Ci ripenso ora, che a Glasgow ci ho vissuto e ci ritorno e ci ritorno, che ero a circa 3-4 minuti a piedi, ma chi lo sapeva?
Il giorno dopo, mentre con la mia compagna di avventura basca compravamo qualcosa nel tipico negozietto aperto 24h, il pakistano alla cassa vedendoci disperate, ci regalò un tuttocittàglaswegian, che qualcuno aveva dimenticato nel suo negozio. E cominciò l'avventura di cercare un appartamento.

Quel tuttocittà scozzese ce l'ho ancora, spiegazzato e con qualche strada sottolineata e tanti punti interrogativi. Perché gli appartamenti mica si cercavano su internet, noooo!
Bisognava comprarsi il giornale o guardare nelle vetrine dei newsagent's, in cui c'erano fogliettini scritti a mano dai proprietari o da gente che cercava coinquilini. La basca aveva insistito che attaccassimi noi cartelli ai pali della luce - cosa comune in Spagna -, ma in Scozia dopo mezzora già li avevano tolti.
E così noi scarpinavamo su e giù, segnando numeri e facendo telefonate dalle cabine.
Ma chi li capiva, 'sti scozzesi? (che poi erano tutti indiani, ma vabbè)

Episodio significativo - dopo un tira e molla di chiama tu, chiamo io, speriamo che non sia un altro indiano incomprensibile, infine telefonata:

- Buongiorno, mi chiamo Cecilia (pronunciato Sesilia). Chiamo per l'annuncio della casa, bla bla bla ... quando ci possiamo vedere bla bla bla ... siamo in questa zona qua ...
- Anche subito, fra 15 minuti, siete in zona ... l'indirizzo è SISAIL Street ...

Ecco, lui lo pronunciava così, e noi, ok, vabbè, ci vediamo lì, ora cerchiamo sul fedele tuttocittà.
Ha detto Sea Sile? Seaside? C - Sigh?
Cerca, cerca, sfoglia, sfoglia, 'sta via non la trovavamo.
Richiama tu, no, richiama tu.
E di nuovo, SISAIL, fammi lo spelling. Oddio, non ti capisco comunque.

Vi vengo a prendere, gli abbiamo fatto proprio pena, aspettatemi alla fermata taldeitali della metro.
Menomale che la metro di Glasgow è una linea sola e poche fermate, quella almeno l'avevamo capita.


Arriva Mr Bollywood, ci porta a vedere la casa.
Vabbè, la solita stamberga piena di muffa, con l'umidità che manco nella foresta amazzonica.
Però c'è il microonde - ci dice - vabbè, ci penseremo.

In realtà io non è che lo stessi molto ascoltando, perché pensavo solo a scoprire come cavolo si chiamasse 'sta benedetta via.  Scarpina scarpina fino alla fine della strada per beccare il cartello con il nome.

Indovinate un po' qual era?

...
...
...
...

Cecil Street.

Cioè, io mi ero presentata come Cecilia/Sesilia, glielo avevo mandato scritto in un sms, e questo il mio nome quindi come cavolo lo avrebbe pronunciato?

Mai neim is SISAILHEEA.

Che scritto così sembra pure un po' indiano.

5.9.15

Quando ero povera

Avevo quasi deciso di non scrivere nulla sulla Scozia, come se fosse stato un sogno - ahimé troppo breve - tutto mio. Di quelli che vuoi chiudere gli occhi e ricominciare dal punto in cui lo hai lasciato e invece no, quello dopo sei di nuovo in Spagna, di nuovo al lavoro e menomale che questa prima settimana di settembre è stata clemente e non fa caldo bolli-neurone.

Io non so più che fare con questa mia relazione clandestina con la Scozia. 
È una amore vecchio 13 anni ormai, nemmeno tanto furtivo e nemmeno tanto impossibile.
Sono io che tentenno, ho paura che tornandoci davvero forse non ci amere(m)mo più.

Invece 'sta Scozia bastarda mi frega tutte le volte. 
Pioverà tutti i giorni, dicevano le previsioni, ma proprio tutti tutti. 
Farà 10 gradi - e ora dove lo ficco un altro maglione nei 10kg Ryanair? 
Due impermeabili due mi sono portata.

Ecco, questa volta ci avevo pure sperato di odiarla un po'. 
Hanno rifatto l'aeroporto di Prestwick, lo hanno tirato a lucido. Hanno levato la moquette che stava là da chissà quanti anni. Prima quell'aeroporto aveva un odore. Il primo odore di Scozia per me, della prima volta che c'ero atterrata e non sapevo ancora che l'avrei amata. Di umidità, chiuso, vernice, adrenalina da viaggio, un po' di polvere. Che detto così fa schifo, ma per me era il mio Welcome Home a naso. Questa volta non c'era, brutto segno.

Poi pure Glasgow l'avevano rifatta (quasi) intera  per i Commonwealth Games, eliminando tanti edifici vecchi e decadenti, di quelli con il muschietto e il nerofumo che mi piacevano tanto. Tanti, ma non tutti. 

Però poi camminare per le strade, come una guida della mia vita che fu,  narrare ad alta voce mi ricorda quell'amore, quel senso di casa del mio cuore.

Quando ero povera
(leitmotiv del viaggio, perché Margherita, che mi accompagnava, ha l'età che avevo io quando vivevo a Glasgow, e allora ogni frase cominciava così, ricordando quella gioventù squattrinata e arrabattata)














Quando ero povera vivevamo in 5 in quel rudere di casa della foto in alto a sinistra. Era un appartamento per due, con il microbagno che toccava mettere un piede nella vasca per sedersi sulla tazza. E i mobili venivano raccattati un po' per strada e le mie lenzuola e coperte erano di un charity. Come la coperta di Linus, io ricordo una coperta giallo canarino, calda calda, che avevo comprato un giorno per coprire il divano sfondato marrone scuro. Mi abbracciava e mi riscaldava insieme alle infinite tazze di tè e io leggevo libri su libri, presi in biblioteca - perché mica avevamo internet a casa e dovevo andare in biblio a usarlo - , dopo una passeggiatina ai Botanic Gardens, a riscaldarmi nelle serre.














Quando ero povera non potevo permettermi tante gite, allora andavo nei posti economici (tipo il bellissimo e spesso vuoto Dumbarton Castle, il castello dalle mille scale), o gratis, per esempio a Loch Lomond, che gli stranieri lo snobbano e se ne vanno a Loch Ness. Invece io prendevo un bus urbano che ci metteva 1 ora e 45 ad arrivare, coi vetri appannati e la puzza di chips della gente che ci mangiava dentro. Se andava bene mi sedevo al secondo piano e guardavo il verde e gli occhi mi dicevano: non è vero che siamo ciecati, è che non ci va di stare davanti al computer.
Poi arrivavo alla spianata dell'ultima foto e gli occhi, a dire il vero un po' ciecati, mi facevano credere da lontano che un orso stesse correndo verso di me. E io che ero più ginnica all'epoca fuggivo scivolando sul prato, per poi essere raggiunta da un labrador nero.














Quando ero povera andavo sulle isolette a caso e mi perdevo.
Great Cumbrae, da girare tutta tutta a piedi, verde verde verde, nessuno nessuno nessuno. Sfidare il fiatone e la poca ginnicità e salire fin su in cima, da dove si vede tutto perché, miracolo, c'è il sole e sto addirittura in maglietta. Me la ricordavo invasa da fiori gialli in aprile, l'odore di vaniglia che rende iperattivi. La ritrovo silenziosa, bella da ogni angolo, a pensare di ritirarmi a fare l'eremita e prendere il ferry con le vecchiette per andare a fare la spesa a Largs.














Quando ero povera e andavo a piedi a scuola, facendomi tipo 20km al giorno, a volte me ne andavo a passeggiare al cimitero non lontano, e mi sentivo un po' Keats e la vita era poesia. Essendo vicino alla fabbrica della birra Tennents, mi intossicavo coi fumi dell'alcohol e tornavo a casa rintronata e felice.














A Glasgow c'è il  Museo delle Religioni, gratis come la maggior parte dei musei, e c'è il giardino zen, dove ci becca l'unico acquazzone del viaggio, proprio mentre esprimiamo i nostri desideri e li annodiamo con un laccio colorato all'albero della speranza. Forse era già nell'aria che in un futuro vicino vicino si sarebbero avvicinati temporali? Non so.

La Scozia questa volta mi parla per scalinate e arcobaleni , scalate e labirinti e alla fine mi sento davvero un po' persa.


20.8.15

Quando la letturatura e la vita si incontrano

Ci sono libri che ti rimangono impressi, perché la storia ti coinvolge, perché ti rispecchi nei personaggi, perché creano un'atmosfera che è difficile scrollarsi di dosso.
O semplicemente perché li leggi in un periodo o una giornata particolare, su un treno preso al volo, in quell'aeroporto durante una lunghissima attesa, mentre aspetti la metro e poi a casa, senza prendere fiato.
 
Io La Regenta l'ho letto tanti anni fa, in fila, poi di nuovo a casa, poi di nuovo in fila. Ero ancora in Italia, stavo preparando gli ultimi esami per finire l'università, spagnolo era uno di quelli e quindi questo non era un libro da sfogliare per piacere. Era un obbligo, come andare a votare quel giorno.
Quella era la fila, quella l'attesa. Gente rabbiosa contro un'Italia, che già quel bel po' di anni fa, andava allo scatafascio. La Regenta era con me in piedi fuori dal seggio, con una fila lunga così. Mi pareva che la gente fosse davvero arrabbiata, volesse davvero cambiare le cose, e quel fremito interiore faceva a cazzotti con il libro, lento, desolante, angosciante.
 
Matrimonio di convenienza, niente figli, tante frustrazioni, solitudine e noia per Ana, la protagonista.
In realtà poi la vera anima del romanzo è Vetusta, la città che fa da sfondo alla silenziosa disperazione della Regenta, con le sue dame ipocrite, l'aristocrazia decadente, il clero corrotto, le pressioni sociali ed ambientali che finiscono per avere la meglio.
 
Ciò che non ricordavo era che l'autore, Clarìn, dietro il nome Vetusta aveva voluto nascondere - ma neanche troppo - una città spagnola reale, Oviedo.
 
Dove sono finita per caso, guarda la cartina, guarda i pullman e vedi cos'è raggiungibile da Leon, girata ormai in lungo e in largo. C'è Oviedo, nelle Asturie, e per arrivarci si va su per i monti, si passa per tutti i paesini e viene quasi il mal d'auto.
 
 
 
Ci arriviamo e ci sono le cornamuse che suonano e i gruppi folclorici che ballano, e fra quello e il verde mi emoziono, perché mi sento un po' in Scozia. Corri corri, dico, abbiamo tempo solo fino alle 6 di sera, ci sarà tantissimo da vedere.
 

Poi andiamo all'ufficio del turismo e la signora che ci lavora si sente forse troppo Regenta, frustrata e annoiata, qua non c'è molto da vedere, tante statue, state qui tutto il giorno? ci manca che faccia un sospirone e ci dica che gli facciamo pena. Ci manda a vedere la statua di Mafalda, che poveraccia non so cosa ci azzecchi con questa città, poi partiamo in esplorazione per il centro.

 

Giriamo e giriamo ed effettivamente ci sono tante statue, pure belle, ma forse tutte un po' angosciate.
Scusatemi cittadini di Oviedo ed amanti di questa città, io non avevo neppure pregiudizi perché finché la Regenta non l'ho incontrata, davanti alla Cattedrale, mica me lo ricordavo che il libro era ambientato qua.
















Forse ero io che avevo la luna storta, forse a quel punto tutti i ricordi e la pesantezza del romanzo hanno pervaso la mia anima, che ne so.
So solo che, se uno non beve il sidro, che si può allegramente tracannare a qualsiasi ora del giorno,  Oviedo è proprio il posto giusto per vivere quell'atmosfera di disperazione e lenta agonia che avevo respirato per 1300 pagine. Mi è capitato raramente di voler fuggire da un posto, addirittura Coventry disprezzata da tutti mi è piaciuta.
 

 
 
Ecco, allora mi chiedo, vi è mai successo?
Andare in una città e viverla come fosse un romanzo che ne parla?
 
 

11.8.15

Genio e demenza


Viaggiamo senza macchina e allora siamo sempre i primi ovunque, costretti a levatacce per acchiappare al volo il primo pullman della mattinata e conquistare km e km di Castilla e León.

Dal finestrino guardo i pellegrini coi loro zainoni e bastoni, di qui si passa per arrivare a Santiago de Compostela e mi sorprendo a vedere tutte queste tenaci lumachine, col peso della loro casa di viaggio sulle spalle. Sono inni al minimalismo, al silenzio, alla praticità. Mi chiedo quale sia la loro vita lontano dal Camino, non riesco a immaginarmeli davanti a un computer o sfatti in discoteca.



Noi pure maciniamo km a piedi, ma per visitare Astorga, ci diamo 3 ore e sono poche, chi se lo immaginava che il Palazzo Episcopale ci avrebbe intrappolati?


C'era da aspettarselo in realtà, si tratta di Gaudì, un cervello privilegiato. 
Entri nel palazzo ed è una lezione di umiltà, pensi a quanto sei bravo in questo e quello, a tratti geniale, poi giri per le sale e il cervello fa la riverenza, mentre gli occhi vagano come palline di flipper, impazzite su e giù. Quella finestra, quella vetrata, quel capitello, quell'arco. Tanta luce.

Sarebbe bello che un edificio così fosse una biblioteca silenziosa e profumata di libri.
Io ci verrei a studiare d'inverno, con la neve, e sarebbero proibiti cellulari e computer.

Per ora è un monumento che pochi visitano e chissà, forse è meglio così, passeggiare per le sale e godersele, vuote. Ecco, però se voi passate per Astorga non ve lo perdete.




Nel biglietto doppio è inclusa pure la visita alla Cattedrale e museo.
E si passa dalla meraviglia incantata alle risate guarda là, guarda qua - tutta colpa della pagina Se i quadri potessero parlare - quando ci ritroviamo di fronte a opere così. Non vogliatemene amanti dell'arte, questa visita culturale ha preso una piega comica.


Bambinello- Sansone con parruccha lunga, effetto Samara del film 'The Ring', protettore dei pelati, mio buon Gesù, pensaci tu e addio minoxidil.


1) Mi hanno messo qualche droga nel bicchiere ...
2) Volaaaa, mio mini pecoro, volaaaa mio minipecoro dai ...
3) Esci coi tuoi amici stasera? Ti aspetto sveglia!


Specialità della casa: tette e occhi su un vassoio d'argento
(E scoprire che in Sicilia c'è un dolce tetta a ricordare il martirio di Sant'Agata. Quella degli occhi chi era invece? Santa Lucia? Ci sono dolci a forma di occhio in qualche parte d'Italia/ del mondo?


1) testa di cazspero 100%
2) te l'ho detto Tommà, il tuo telefonino nun ce l'ho io, cerca cerca, smucina, intanto mica lo trovi ...


1) lo schiaffo del soldato!
2) marionette volanti
3) ma insomma, 'sti capelli mi stanno meglio lisci o riccetti?

E con questa carrellata di demenze vi lascio e continuo il mio viaggio.
Alla prossima tappa.








4.8.15

I colori di Madrid

L'hotel di Madrid l'ho scelto io a casaccio, dopo tanto couchsurfing mi pare pure strano non sapere chi sarà che mi ospita.

Non so neppure in che quartiere è, a Madrid ci sono stata 4 volte, ma non ci conosciamo bene, finora questa capitale non mi ha convinta.

1) 1998: di passaggio verso il nord, dove andavo come volontaria, sosta di cui ricordo solo la stazione e un caldo infernale nelle Dr Martens perenni.
2) 1999, reduce da 4 mesi di erasmus, i madrileni parlano troppo lenti rispetto ai murciani e abituata alle temperature del sud a dicembre io gelo.
3) 2008, gay pride. Ma mica lo sapevamo. Ci arrivo per fare delle robe burocratiche, ci ritroviamo a Chueca imbandierata d'amore.
4) 2009, altra burocrazia, questa volta con mamma e papà. 15 volte a fare il giro col bus turistico rosso e cena al Museo del Jamón (ristorante coi prosciutti appesi) a rischio di svenimento.

Poi questa volta Lavapiés. Che ho già sentito parlare di questo quartiere in TV - quando ancora ce l'avevo - , ma che dicevano, boh?

Comincio a ricordare quando il proprietario marocchino della minipensione che ci accoglie ci segna sulla cartina questo e quello.
Lavapiés, il quartiere melting-pot per eccellenza.

Ma non il finto-hippy-chic che odio.
 
No, questa è multiculturalità alle stelle, i negozietti cinesi, la strada dei ristoranti indiani coi camerieri all'assalto, le mille frutterie pakistane, i tatuatoni, il ristorante vegano anarchico-queer, i cani, la gente che beve birra appoggiata ai secchi, tanti giardinetti con TANTI bambini, quelli che mi offrono hashish perché porto i miei pantaloni giullareschi e il marsupio e il miglior modo di pettinarsi è col vento.
Per strada di notte c'è rumore e io, figlia dei mercati generali di Roma Ostiense, mi addormento cullata dagli strilli degli ubriachi.

Lavapiés è il Rastro, cugino di porta portese romana, è giovincelli che alle 10 di mattina di domenica si stanno facendo la prima birra, perché ancora non sono andati a letto dalla sera prima.
È bar coi tavoli all'aperto stracolmi, disordine un po' zozzone, stradine piccole in salita verso il centro, che è vicino ma come se fosse un altro mondo. 

Un mondo che non mi piace, perché è pieno di turisti,  e ZaraH&MStarbucks e io rifuggo l'omologazione e le catene, me ne torno a Lavapiés, che pure che non bevo, non fumo e non dico parolacce quello che cerco è calore ... e colore.






31.7.15

Dialogo della Natura e di una Murcitalianscozzese

Ritorniamo come ogni anno nel deserto.
Landa desolata, artificiale, ora abbandonata dall'uomo.

Il deserto si adatta all'umore, che quest'anno è pigro e sonnolento.
Siamo vittime dell'estate, che ci schiaffeggia giornalmente coi suoi 45º.

Profughe in un'oasi abbandonata, entriamo e usciamo dall'acqua, cacciamo (via) rane, frastornate dalle cicale che non smettono di sventolarsi con le ali, che pure per loro quest'anno a Murcia è troppo caldo.

  Getting lost

 Death Valley

Eppure i laghi, creati per affondare palline da golf, ora sono pieni di papere e di cigueñuelas, cicognette, anche se il loro nome in italiano è cavalieri d'Italia e fa un po' ridere, che sono? Amiche di Berlusca fuggiasche? 

Eppure dall'asfalto spuntano fiori e piante, ogni anno più anarchiche, ogni anno più libere.
Di giardinieri non ce ne sono più, nessuno si cura che i marciapiedi si crepino, che i serpenti entrino nelle case dei pochi che rimangono a vivere da queste parti.
I gatti vanno a caccia, così come le volpi, perché il canyon è diventato territorio comanche.

 
Non mi ricordo da che anno è che torno nel deserto, all'inizio era ancora un campo da golf, ora mi fa pensare a Leopardi, al Dialogo della Natura e di un Islandese, che mi è rimasto in mente per ventanni e ora la memoria me lo ripropone e lo cerco per rileggermelo.

Natura. Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest'universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l'una o l'altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento.

Islandese. Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono? Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall'inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell'Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l'Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui diseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.

Io non sono pessimista come il nostro Gobbo nazionale, il ciclo della vita mi piace, soprattutto quando la natura vince e si riprende ciò che è suo. 
Di leoni poi da queste parti non ce ne sono, al massimo conigli,  che zompettano qua e là fra i cactus e ci guardano, forestiere in terra di nessuno.

Il deserto è ritorno alle origini, piedi scalzi, capelli arbusto, amiche ritrovate, necessità primordiali, dormire, mangiare, starsene in silenzio, al sole o in acqua. 
Il deserto è cervello che sogna pioggia altrove e che in sovraccarico fa puff e si spegne.

Batteria scarica.


(Per fortuna che è solare)

23.7.15

Generazione di whatsappomani





Stiamo facendo in classe le simulazioni di esame.

In coppia hanno 4 foto di ristoranti e devono inscenare il teatrino di quale sceglierebbero se insieme dovessero andare a festeggiarci il compleanno di uno dei due, una cena di classe, la fine degli esami.
Un'alunna, oggi particolarmente agitata, mi dice che per lei è un'attività troppo difficile.
Ma come? A me sembra una delle più facili, considerando che abbiamo appena scelto il ristorante per il pranzo di classe.
Certo, dice lei, ma lo hanno discusso fra loro, fra alunni, su WHATSAPP!
Si sono messi d'accordo lì, parlando delle due proposte che io avevo fatto.
E io che pensavo lo avessero fatto durante la mezzora di pausa che facciamo a metà mattina.
No, no, che siamo matti?
Lei dice che di solito le decisioni di gruppo non le prende mai A VOCE.
Che per decidere dove cenare, che film vedere, che regalo fare tutto si svolge via whatsapp.

Che può essere comodo, pratico, gratis, ma arrivare al punto di dire che non si è più capaci di interagire per prendere una decisione mi sconcerta non poco.

Poi fra l'altro lei al pranzo non ci è neppure venuta.
Forse sarà proprio un problema di interagire in generale allora.
Eppure non mi pare una tipa introversa o timida.

Boh.

Comunque da prof. di alunni dai 18 a 60 anni mi ritrovo in una situazione in cui:

- generalmente i più vecchietti odiano i listening e lo speaking, vogliono grammatica a tutto spiano. Poi diventano fan della fonetica, questa sconosciuta. E si fanno passare quintalate di pdf e di materiali come manna dal cielo. (più che altro perché i più non sanno fare ricerche su internet per trovare da soli tutte queste cose)

- i 30-40enni, che a scuola hanno studiato grammatica, mi seguono abbastanza, siamo della stessa generazione, in adattamento al mondo tecnologico. Capiscono se dico avverbio o sostantivo, gli va bene un po' tutto, anche se sono reduci di una scuola dove i loro prof erano quelli della categoria precedente. Quindi all'inizio hanno la fase oddiomachièstamatta, aiuto, attacco d'ansia. Poi si abituano al ritmo.

- i 20enni mi fanno vedere i sorci verdi. Non sanno scrivere, funzionano solo per frasi corte e opinioni risicate. Non tutti, certo, ho anche alunni brillanti, ma quando correggo i compiti noto questa forma mentis fatta di foto e di like, di twitter e di whatsapp.
Difficile mantenere la loro attenzione, non ce la fanno a sostenere i reading più lunghi ... ma io sono un osso duro.
Sono abbastanza addicted ai social network - facebook soprattutto - per riuscire a capirli, anche se mi preoccupa parecchio che questa sia la piega che la società e i cervelli stanno prendendo.

Domani sono gli esami orali, ce la faranno i nostri giovani eroi a PARLARE per ben 7 minuti, interagire, rispettare i turni di parola e raggiungere un accordo?
Chi bloggherà, saprà!