21.3.15

Succede in classe # 4

Si parla di cose strane che gli sono successe, di oggetti strani che possiedono, di personaggi bizzarri, di esperienze fuori dal comune.

Li faccio parlare a coppie di un po' di tutto, poi faccio a tutti la stessa domanda:

Allora, qual è l'oggetto più strano o particolare che possiedi?

- Un antico forno a legna costruito 100 anni fa ...
- La bicicletta del mio bisnonno, che ancora funziona ...
- Una rosa a lunga durata (queste qua, che durano 6 mesi)
- ...
- ...

E poi è il turno di una - che probabilmente era stata con la testa fra le nuvole mentre altre 7 persone 7 rispondevano alla stessa domanda.

- ... Beh, di sera quando sono da sola a letto ...



Io, mente pura, non ho fatto nessun pornocollegamento. Il resto della classe sono scoppiati tutti a ridere. Lei voleva raccontare un' esperienza strana (qualche rumore nella notte, boh, dal ridere non ha neppure finito!), gli altri subito a pensare a oggetti porcelli! 'Sti spagnoli!

XXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXX

Succede ogni quadrimestre: do da scrivere una mail formale per proporsi per un campo di  volontariato e chiedere informazioni. Sul libro c'è un esempio (che vediamo insieme), ci sono delle frasi utili e ci sono le istruzioni chiarissime da seguire: chiedi questo, specifica quest'altro, aggiungi quest'altro. Struttura rigida, preconfezionata, cioè, è praticamente fare un copiato modificato dell'esempio, non dovrebbero fare errori.

Ci ho messo 3 ore a correggere una quindicina di mail, voti che vanno dal 2 al 6, giusto un 7.

Io mi chiedo se davvero pensano che, nel mondo reale, potrebbero cominciare una mail formale dicendo:

- Voglio informazioni sul training, perché non so se posso farlo, dipende dalle date, perché forse sono in vacanza! (Voja de lavorà, sartame addosso!)
- Ditemi che animali si devono studiare, perché sono allergico a ... (ecciù!)
- Questo campo non mi preoccupa proprio, sono un campione di questo e quest'altro. (tutti superman e wonder woman!)
- Parlo questa lingua perfettamente ... (quando le istruzioni dicono chiaramente che il loro livello è A2) perché me l'ha insegnata una mia amica. (ah, menomale!)
- SONO IL CANDIDATO PERFETTO! (GRAZIE DI ESISTERE)

In questo caso non so se ridere o piangere!

14.3.15

San Tommaso



Io sono una persona abbastanza scettica.
Non credo ai rimedi miracolosi, alle diete magiche, ai superbarbatrucchi.
Sono - sempre di più - molto razionale, molto San Tommaso.

Per questo quando ho comprato i biglietti per lo show di Jeff Toussaint, un ipnotizzatore, l'ho fatto più pensando che i soldi sarebbero andati in beneficenza a un'associazione che si occupa di inserire nel mondo del lavoro persone con ritardi mentali.

Quando ero all'università mi ero comprata alcuni libri sull'ipnosi, ma oltre ad essere scettica io sono pure poco paziente e dovermi leggere 300 pagine per capire cosa fare - per me che non leggo mai le istruzioni - si era rivelata un'impresa impossibile e quei libri mi sa che erano finiti regalati o riciclati in una bruttombola.

Però ieri mi sono dovuta ricredere. L'ipnosi non è magia, gli ipnotizzatori non hanno superpoteri.
Jeff Toussaint lo spiega bene dall'inizio, lui non addormenta nessuno, la parola dormi viene usata solo come chiave di accesso alla mente, ma l'ipnotizzato deve volerlo, essere disposto.
È tutto un altro paio di maniche. Tutti possiamo essere ipnotizzati ed autoipnotizzarci se vogliamo.
Difatti lo facciamo continuamente, quando camminiamo o agiamo con il pilota automatico.

Il nostro cervello ha quella capacità, però non sappiamo bene cosa farci.

Eppure si può usare in tantissimi modi diversi e la faccia divertente dell'ipnosi sono proprio questi spettacoli magici che ci danno un assaggio di ciò che potremmo fare e come potremmo vivere se solo ...

Jeff all'inizio dello spettacolo  spiega i vari livelli dell'ipnosi (ce ne sono 47 mi pare, ma lui li riduce a 6 principali per farsi capire meglio e specifica che per arrivare fino alla fine bisogna essere in fase 4) e poi chiede a minimo 20 volontari di salire sul palco. Ieri ce ne erano più di 40.
A questo punto parlando e con l'aiuto della musica li fa entrare in un leggero trance, che altro non è che uno stato di profondo rilassamento. E poi li addormenta. Nel senso che toccando parti specifiche del corpo e sussurrando frasi ad hoc li stende per terra, però senza farli cadere come un sacco di patate.

Non tutti ci riescono: alcuni si addormentano davvero, segno che hanno superato la fase 4 e non sono quindi adatti allo spettacolo. Altri hanno manie ed ansie di controllo e non arrivano neppure alla fase 2 - io credo sarei fra questi, sono/ero sempre all'erta e se fossi salita sul palco avrei resistito con tutte le mie forze, perché all'inizio pensavo che erano tutte cretinate.

Dei più di 40 volontari alla fine dello show ne rimangono una decina.
E a questi Jeff fa fare di tutto: gli fa credere vivere l'esperienza di avere caldissimo, di avere freddo e di abbracciarsi, li fa addormentare uno sull'altro, li fa ballare come scatenati al ritmo della musica del cantante assegnato a ciascuno, gli fa credere che semplici pezzi di carta siano banconote da 100 euro o che stanno partecipando a una corsa di cavalli ecc.


  
Per me l'abilità più scioccante è quella di rendere i muscoli di marmo. Ieri ha solidificato un adolescente, trasformato in tavola di legno e messo fra due sgabelli, testa appoggiata su uno, piedi sull'altro, totalmente rigido. Poi ci ha fatto salire sopra in piedi un'altra ragazza. Insomma, oltre alla mente si può controllare anche il corpo.



Ovviamente questi trucchi non funzionano per tutti: fra i volontari c'era un suo collega francese, che però non parlava lo spagnolo abbastanza bene da capire gli ordini, e quindi rimaneva addormentato ma non faceva nulla. E altri volontari si sono svegliati mano mano perché erano scesi a livello 2.

Ora, a parte la sfera prettamente di intrattenimento di questo tipo di spettacolo, a me ciò che è interessato di più è stata la possibilità di controllare il proprio cervello, soprattutto per superare ansia, stress, insonnia e dolori vari.

E dato che penso sempre che è ora di cambiare lavoro, che ne dite se divento ipnotizzatrice?

9.3.15

Sconosciuti conosciuti

L'ho detto e lo ripeto.
Amo i libri di inglese che usiamo nei nostri corsi (questi qui).
Son fatti benissimo, quando preparo una lezione e poi leggo i consigli del libro del professore vedo che la maggior parte delle volte danno i consigli che io  ormai dopo anni di lezioni darei a un prof alle prime armi.

Su questi libri di inglese anche io imparo tante cose.
I temi trattati sono interessanti e vari, si nota che dietro c'è un lavorone.
Ci deve essere gente a cui piace l'arte, la letteratura, i dibattiti, i progetti sociali sperimentali.

Uno dei capitoli mi ha fatto conoscere il lavoro della fotografa Susie Rea e il suo progetto Intimate Strangers (eccovelo qui). 

Tutti noi, tutti i giorni, camminiamo per strada, prendiamo l'ascensore, entriamo in un negozio, prendiamo l'autobus, andiamo a lezione, al lavoro e spesso incontriamo le stesse persone. Persone di cui non conosciamo il nome, ma le identifichiamo dopo averle viste magari 3 volte, magari 10. Sono loro, gli intimi sconosciuti.

Qual è il limite, qual è il punto di svolta? Cosa ci porta a salutare per la prima volta o mai? A presentarsi, a volerne sapere di più?

Susie rompe la barriera dell'anonimato, va e si presenta. Gli editori dei libri di inglese che uso hanno deciso di farne un'unità didattica.
Così io faccio vedere le foto degli sconosciuti-conosciuti di Susie, senza dire agli alunni di che si tratta. Giochiamo alle prime impressioni, immaginiamo il nome, la nazionalità, l'età, il lavoro, il carattere, la vita e i sogni di queste persone.

Poi gli parlo del progetto, facciamo un ascolto in cui vengono rivelate le storie degli sconosciuti e si dibatte, pensando a quante volte succede anche a noi, a questi incroci senza parole, magari solo di sguardi quotidiani. A quelle persone che a Murcia conoscono un po' tutti, i famosi poveri o poveri famosi, che stanno sempre allo stesso angolo, magari con un cane, o a suonare uno strumento musicale e a volte qualche programma TV fa uno special su di loro.

 Io da 7 anni faccio a piedi sempre la stessa strada da casa al lavoro.
E non ricordo da quanto tempo vedevo sempre questo signore, prima solo, poi con un cagnolino, prima seduto su una specie di scalino di un negozio, poi lo scalino lo avevano tolto e lui stava in piedi, poi qualcuno gli aveva dato una sedia.
Leggeva, faceva cruciverba, alcune persone si fermavano a parlarci. 
Un giorno avevo sentito il suo nome, Manuel, e da quel giorno mi sembrava di conoscerlo un po' di più. 

Poi settimane fa l'ho visto proprio male. Ingobbito, con la pelle che lasciava capire che non stava bene. Il cagnolino non c'era più. Poi dopo le vacanze di Natale non ho più visto neppure lui. E lo sapevo che qualcosa era successo, perché quell'angoletto di strada era il suo mondo. Alcune cose (dei cartoni, una scatola) sono state ammucchiate lì vicino per un po'. Oggi ci ho guardato e non c'erano più.

Manuel è morto, e oggi quando sono passata su quel pezzo di marciapiede ho pensato che cavolo, l'ho visto per giorni, mesi, anni, e non gli ho mai detto neppure buongiorno.

Non so chi lo ricorderà, non so neppure se avesse famiglia, allora gli dedico questo post, a ricordarmi e ricordare che ogni giorno possiamo fare qualcosa per far stare qualcuno meglio.



















Foto da: http://www.studiooscar.com/docs/project.php?id=0:55:0



6.3.15

Ma tu sei ... ?


Ricominciate le lezioni. Ancora di più dello scorso quadrimestre.

Menomale che facendo i magheggi ho di nuovo la classe tutta solo per me, anche se con un paio di gruppi forse troppo numerosi. E con alcuni alunni che si metteno creme idratanti fetide, trangugiano acido cloridrico (o hanno dei gravi problemi di digestione ed acidità) e nun se lavanooooo.

Vabbè, su, quelle sono le eccezioni, in generale - pur avendo quasi tutti studenti nuovi - mi pare si stiano abituando a me. L'altro giorno uno mi ha detto che infine stanno uscendo dal 'tunnel dello shock'.

Mo', solo perché gli faccio sempre trovare la lavagna fitta fitta, do parecchi compiti e non faccio usare i cellulari in classe (ci mancherebbe altro!) e non faccio mai pausa.
Poi si abituano, non è mai morto nessuno, però ecco, c'è sempre qualcuno che mi chiede:

Cecilia, tu sei iperattiva, vero?

Poi la settimana scorsa la donna delle pulizie dell'università mi fa: ma tu vivi da sola, vero? ... Perché è difficile condividere ...

Io credevo mi volesse compatire - anche se non ricordavo di averle mai raccontato le storie delle luridone o delle pazze furiose coinquiline del passato, dalla mutanda portata per una settimana intera ai rituali acchiappa polvere angelica ...  - e invece no, lei si riferiva a me.

Cecilia, tu sei un po' ossessiva compulsiva, vero?

Ah, vabbè, grazie.
Comunque lo diceva perché lascio tutto ordinato sulla cattedra, ogni cosa ha un suo posto specifico; e sicuramente pulendo - non che ci sia molto da pulire - avrà notato le mie tabelle e schemi, liste ecc.

Mi chiedo se anche il mio capo la pensa così.

Oggi mi hanno mandata a lavorare in un'altra città, in questo posto.
A voi che cosa sembra!?



Ecco, se non mi sentite più è perché mi hanno rinchiusa.

21.2.15

Che si fa con la nonna?

Il secondo quadrimestre mi ha messo sotto come un treno ad alta velocità.
Da venerdì scorso ad oggi ho avuto l'impressione di nuotare sottacqua con le bombole quasi scariche.
Sono stata sempre al lavoro, a casa solo per dormire, perché le prime settimane sono così, con corsi nuovi, alunni nuovi, sala dei professori da svuotare proprio il giorno che ti fa male la schiena, riunioni in cui vengono dette sempre le stesse cose, ma vabbè, è sabato.

Però ecco, almeno una cosa bella c'è stata. 
Fra i miei buoni propositi per quest'anno c'è quelli di andare a teatro (almeno 4 volte) e così, già a inizi gennaio, avevamo comprato i biglietti per uno spettacolo intitolato ''Che si fa con la nonna?'' che poi è stata mercoledì.

L'avevo comprato perché, leggendo un trafiletto di descrizione avevo visto che trattava di alzheimer e di nonni, un tema che ho vissuto e che mi sta a cuore. Poi guardando le foto di spettacoli precedenti mi ero un po' insospettita, c'era qualcosa di strano. 


Solo quando la regista/direttrice ha cominciato a descrivere ciò che la serata sarebbe stata, ho realizzato che TEATRO FORUM significava qualcosa di diverso. Il teatro forum (nato dal Teatro dell'oppresso) si propone di coinvolgere il pubblico, trasformando tutti in spettATTORI, usando il teatro come strumento di lotta sociale e di cambiamento e riflessione a livello personale, ma anche globale.

Funziona così: gli attori mettono in scena l'opera normalmente e poi, dopo aver spiegato 3-4 regolette, a luci accese la ricominciano, ma quando c'è qualcosa che non va, quando un membro del pubblico pensa che il personaggio avrebbe dovuto o potuto comportarsi in maniera diversa, allora può alzare la mano, dire STOP, salire sul palco e prendere il posto di quel personaggio, per rinventare la scena con gli altri attori, prontissimi a dargli filo da torcere.

 In questo caso la storia rispecchiava la vita di tantissime famiglie:
una nonna malata di alzheimer, di cui si prendono cura una badante romena che vive con lei e la figlia che vive al piano di sopra. L'altro figlio che vive a soli 5 minuti in macchina si presenta raramente, è sempre impegnato, scarica tutte le responsabilità sulla sorella, ma quando si tratta di spendere soldi (di sua madre) per migliorare la situazione, magari scegliendo di trasferirla in una struttura che possa prendersi meglio cura di lei non acconsente e continua però a lavarsene le mani.
La nipote, figlia della figlia, studia in un'altra città e promette di tornare in visita, ma questi 'presto verrò a trovarvi' non si trasformano mai in realtà. Il genero, marito della figlia, osserva la situazione da spettatore, non sa come aiutare e vede la sua vita matrimoniale andare a rotoli.

A quanti di voi risultano familiari queste dinamiche? Quanti di voi hanno vissuto quegli scontri, quelle frustrazioni, quella rabbia? Avremmo potuto fare di più? Avremmo potuto comportarci meglio? Cosa avremmo potuto dire e fare per rendere il tutto più umano? Come vivere questa terribile malattia senza che alla fine si ammali anche qualcun altro?

Perché così si conclude l'opera, con la figlia ormai stremata e malata anche lei, che non ha tempo per sé e finisce in ospedale, e allora ''Che si fa con la nonna?''. 

All'inizio temevo che, essendo composto il pubblico principalmente da pensionati, che già si erano lamentati all'idea di avere le luci accese nella seconda parte, lo spettacolo non avrebbe funzionato.
Invece il tema alzheimer ed anziani toccava personalmente più di uno degli spettatori seduti in sala e il tempo è volato.
Ci sono stati tantissimi stop, molte riflessioni, tanta voglia di condividere da parte di persone la cui vita è stata distrutta da questa malattia. Ci sono state anche risate e sicuramente delle lacrime e parecchi esami di coscienza. Per tutte quelle volte che abbiamo detto di non avere tempo, per tutte quelle male parole, per l'egoismo di alcuni e l'incapacità di trovare un compromesso. 


(Vi lascio un link - in inglese-  con studi interessanti sulla prevenzione dell'Alzheimer http://nutritionfacts.org/?s=alzheimer, sarà pure ereditario, ma ci sono tante cose che si possono fare per prevenirlo!)

6.2.15

Er mejo der Colosseo

Certe ciambelle riescono proprio con il buco.

Sono a Roma, lo sapete e di solito quando ci torno d'estatepasquanatale ci sono sempre un sacco di cose da fare e finisce che non esco dal mio quartiere e incastro incontri di famigliamici, ma mi rimangono in testa troppi avrei voluto o sarei voluta andare.

Uno di questi ultimi era un sareivolutaandare al ROMEOW CAT BISTROT (questo qui), aperto proprio a dicembre a 10 minuti a piedi da casa di mamma e papà, nuova casa di uno dei gatti di Luna di Formaggio, il rifugio per cani e gatti che gestisce mia sorella http://www.lunadiformaggio.com.

Quando poi avevo letto che la cucina sarebbe stata vegana, fremevo per andarci, ma quando infine avevo ritagliato una mattinata libera, grido di mannaggiaipescirossi, era lunedì ed era chiuso!


Questa volta mi sono ripromessa che non avrei lasciato sfuggire l'occasione, e quale migliore momento se non una cena con la mia amichetta Jasmina, in visita - per pura coincidenza - dalla Slovenia del mio cuore? Lei è stata la mia ispirazione vegana e allora cosa poteva esserci di meglio che celebrare 25 anni di amicizia se non una cenetta in un posto speciale?


Romeow è tutto ciò che mangiare fuori significa per me.

Un posto accogliente, gestito da persone carinissime che ti fanno sentire subito a casa, decorato nei minimi dettagli in modo creativo e particolare. Musica di sottofondo, cibo fantastico e poi loro, i 6 gattoni, che gironzolano, si arrampicano, sonnecchiano e ti ricordano, con la loro semplice presenza, che nella vita ci meritiamo di fermarci, tranquilli, a cenare, pranzare, fare colazione, mangiarci un dolcetto, chiacchierare, respirare e dimenticare il mondo di fuori che corre.




Le foto fatte con il cellulare non rendono (guardate il loro facebook linkato sopra) e sono talmente tante le cose che abbiamo provato che ora non ricordo più gli ingredienti e i nomi, ma solo la delizia dei sapori. Soprattutto della torta raw al cioccolato, me la sogno di giorno e di notte! La ricetta la trovate qui http://www.sugarless.it/?p=1482#more-1482



Così ci sono pure tornata, per una tarda colazione con mamma e papà, e per qualche altra foto e un'oretta di pace. Perché Romeow NON è un cappuccino bevuto di corsa prima di scappare chissà dove, ma il concedersi volutamente una pausa anche solo per guardare uno dei gatti dormicchiare o arrampicarsi sempre più in alto.






Che dopo 15 anni lontana da Roma io i ritmi frenetici non li capisco più, e Romeow è quell'oasi di tranquillità dove rifugiarsi e semplicemente godersi la vita! Da non perdere!




Il Romeow Cat Bistrot si trova a Roma, Via Francesco Negri 15, facilmente raggiungibile a piedi dalle fermate metro Garbatella o Piramide. Chiamate per prenotare a pranzo e cena, perché sta avendo un incredibile successo ed è quasi sempre tutto pieno
tel. 06 57289203 - romeowcatbistrot@gmail.com

http://www.romeowcatbistrot.com/

31.1.15

La sorpresa

La sorpresa internazionale funziona così.
La settimana prima della sorpresa (in questo caso le tre settimane prima) lavori talmente tanto che esci di casa senza pettinarti, a volte con la maglia del pigiama sotto il maglione e con le occhiaie che hanno il fuso orario e ti cominciano a circunnavigare la faccia.

Sono ovviamente le settimane in cui c'è un sacco di lavoro, in cui manca il personale, in cui mandi il primo whatsapp all'altro collega coordinatore alle 5.30 di mattina, quando lui ti ha mandato l'ultimo all'1.
Sono le settimane in cui dall'Italia arriva il bollettino medico che ti fa venire le palpitazioni di notte e allora impari a fare il training autogeno manco dovessi partorirla sta sorpresa.

Ma un po' è davvero un parto, perché sebbene fino a 2 giorni prima tu non abbia ancora comprato il biglietto aereo, hai già scritto a capa e sottocapa per avere i giorni senza stipendio per tornare e corri come una trottola, perché forse ti dicono di no, ma magari ti dicono di sì, perché in fondo non è che vai a divertirti, ma a fare da traslocatrice, infermiera, psicologa, intrattenitrice e soprattutto figliapresentenelmomentodelbisogno.

Sono ovviamente le settimane che a lavoro si scatena il caos, e i non si sa, si può, non si può, su e giù, e io cerco di farmi buono il karma dicendo buongiorno, come stai oggi? a tutti i candidati che si presentano agli esami, che di solito sono un orco e quindi è un bello sforzo.

Poi ti dicono di sì, e allora ci sono biglietti da comprare durante esami da fare e correggere, persone da sostituire, e tocca anche mangiare zuppe bruciate perché mentre le riscaldi sei al telefono e ti dicono che devi riuscire per l'ennesima volta a portare quel documento che loro dovrebbero già avere e puzzi come un caprone per quanto hai sudato qua e là.

Sono notti che vorresti che passassero già, perché c'è ancora una firma da ottenere, altre telefonate da fare e mal di testa da schivare.

Perché la sorpresa, per essere tale, ha bisogno pure di complici da avvisare, storie da imbastire, alibi da creare.


La sorpresa non avrebbe invece bisogno di un'ora di ritardo del volo, che soqquadra il piano perfetto, gli orari, le strategie. Il santo telefono con internet ripermette di quadrare il cerchio, mentre bugie Pinocchiose fanno credere a mia mamma che sono tranquilla a casa a Murcia  a fare colazione o preparare il pranzo, io fra domande e risposte ho camminato fino alla stazione, ho preso il mio pullman, ho passato i controlli con la valigia carica di arance, limoni, cachi e patate lesse che erano la mia spesa per quei giorni che non sapevo ancora dove sarei stata. E sono al gate ad aspettare e a fremere quando il piano A salta per colpa del vento romano.

Ma nei giri e gironzolamenti e corse folli dei giorni precedenti ho pensato anche al piano B e corro trafelata in aeroporto, per batterli sul tempo, e un altro bus e una metro B come il piano B! ed essere infine davanti alla porta di casa mia, quando ancora non c'è nessuno.


Mi vede un vicino, seduta sulle scale, non ho le chiavi, e rubo internet dalla mia stessa casa, al di là della porta e aspetto, io che non ho pazienza, aspetto. Perché so che la sorpresa ha funzionato.


Li sento i miei che arrivano, perché sono caciaroni, li sento dal piano terra e mi nascondo dietro la porta dell'ascensore, come facevo con Aika tutte le volte. So che fanno i turni per salire e prima penso di aprire la porta dell'ascensore e fare BUUUUUU, poi ci ripenso, che ci manca giusto un infarto, meglio di no.

Così me ne rimango seduta sulle scale e lascio che sia la mia valigia accanto alla porta a dare il primo indizio. Macché, mamma la guarda, interdetta, è sulla nostra soglia eppure niente, non si gira, segno che la sorpresa è riuscita davvero, perché neppure davanti all'evidenza si rende conto che sono lì, a 3 passi, dietro la porta ancora aperta dell'ascensore.

Allora mi alzo, ma niente, se fossi una pazza omicida mia madre non avrebbe neppure l'attimo di panico, non mi vede. Finché non si gira per chiudere la porta dell'ascensore e allora lo vedo, quello che succede nelle inquadrature in primissimo piano dei film, come la pupilla fa ZOOM e il segnale dell'impossibile arriva al cervello.

Adrenalina, era quello che volevo. 
Scatta il gridolino e le dico zitta zitta, che anche mio padre che sta per salire si beccherà la sua dose.


E così infine siamo dentro casa e mio padre suona alla porta, apro che lui non sta guardando me, poi guarda su e di nuovo quelle pupille e quel sorriso.

E non so se a me piacciono le sorprese, però mi piace immaginarle e metterle in atto, perché poi ti scordi le corse, i giri, l'attesa, ti scordi il caos, gli appunti scritti sulle mani perché devi ancora fare questo, questo e questo prima di partire, e ti ricordi solo le pupille che fanno ZOOM e la botta di adrenalina che cura tutti i mali.

26.1.15

Di tette, squame e limoni.

C'era un tempo in cui lo stress mi faceva venire delle emicranie da ospedale.
Poi ho imparato a catalizzarlo, a non farmi tangere troppo da cosa mi succede intorno e ad essere più asociale sul lavoro. La situazione è indubbiamente migliorata, ma ci sono momenti che mettono a dura prova la mia resistenza.

La settimana scorsa è passata in un soffio valanga. Ci sono finita dentro e sotto perché abbiamo vari colleghi/e in congedo per gravidanza, malattia, depressione. Siamo rimasti in pochi, e neppure pochi ma buoni. Così gli esami, correzioni, cambi, riunioni, aule che mancano, che cambiano e tutti i tipici cavoli della vita di un professore si sono concentrati in 5 giorni e  mi hanno travolto in pieno.

Io mi faccio le spremute di arancia tutte le mattine, sto mangiando sanissimo perché 'sta storia di non comprare cose imballate in plastica mi sta obbligando a evitare un sacco di veganschifezze. Cerco di dormire più che posso, un sabato sera se sono stanchissima non me ne frega niente di uscire, me ne vado a letto alle 9 e dormo fino alle 7. Ci metto più o meno le stesse ore che ci mette il mio ipad a ricarcarmi.

Però, nonostante tutto, a volte la fatica si fa proprio sentire. Così per tutta la settimana scorsa ho avuto un mal di tetta che mi sentivo Afrodite A, l'amica di Mazinga Z, la spara tetta. Pensavo che l'avrei sparata da un momento all'altro e avrei fatto esplodere le classi, le cartelline di esami da correggere, i turni di colloqui orali. BOOM! 
E poi mi è venuta una macchia rossa di dermatite sullo stinco sinistro, che so che qualcuno direbbe che è un innegabile segnale che sono stata rapita dagli alieni, ma secondo me è proprio la fatica.

Ho evitato di pensarci tutta la settimana, portandomi appresso la tetta bionica e le squame ben nascoste e pregando che finisse.
È finita.

Mangiarmi un ananas fresco intero ha risolto il problema tetta (altro che antiinfiammatori!). 
Crema idratante e ore di sonno risolveranno il problema pelle di serpente.
Per tutto il resto non c'è Mastercard, che a me fare shopping non serve a rilassarmi, anzi.

Per tutto il resto c'è una passeggiata nei campi, che stanno a 15 minuti da casa mia, e dove incredibilmente nei 15 anni che vivo a Murcia, non ero mai stata.
Murcia è bruttarella sotto certi aspetti, poco curata, un po' sciattona.

Però poi ti regala degli angoli che ti fanno pensare: forse sono io che di solito non presto attenzione.

Non si vede bene, ma sui fili per stendere in fondo ci sono appese fili di bucce di arance e limoni. La prossima volta chiedo alla signora che ramazzava il giardino cosa ci fa.
 
Fra tanti palazzi nuovi resistono case così, coi panni stesi in giardino. Io ci vivrei.
 

Questa sembrava disabitata ... vado a chiedere quanto costa?


Balconi verdi!

E poi eccoli, loro, i miei amati, che sporgono dalle recinzioni per farsi rubacchiare.
Sapevate che cominciare la giornata con un bicchiere di acqua tiepida con il succo di mezzo limone vi rimette in sesto? Aiuta ad eliminare le tossine, a depurare il fegato, a stimolare il sistema immunitario e che più ne ha più ne metta. Poi se i limoni sono pure gratis ...


E per finire un bel pezzo di tortilla vegana. Una ragazza dei nostro gruppo facebook veggie infine pare aver trovato ciò che le piace fare: cucinare su ordinazione usando ingredienti bio (che compra a un'altra ragazza del gruppo che ha un orto). Accetta pure baratti, pagamento in generi alimentari o altri oggetti che possono servirle.


E ora inizia un'altra settimana! Valanga in arrivooooo!

22.1.15

Plastica NO # 3

Una mia collega mesi fa era arrivata un giorno al lavoro piena di bustine di plastica piene di frutos secos. Che gli spagnoli sono scoiattoli per la quantità di noci, nocciole, mandorle, anacardi, semi di girasole ecc. che mangiano.
Io pure ne mangio e mi scocciava profondamente andare a comprarli al supermercato, dato che sto cercando anche di evitare di comprare in grandi catene.

Avete presente quelle volte che si passa tutti i giorni davanti a un posto e non ci si rende conto che è lì? Beh, quei frutos secos che la mia collega aveva portato in ufficio venivano dal negozietto che è all'angolo della via dove lavoro.

Un negozietto piccolo, che oltre alla frutta secca vende pure biscotti e pane, legumi, olio, un po' di tutto insomma. In 8 anni che lavoro qui non ci ero mai andata, pur passandoci spesso davanti.

Poi ho visto il video di Lauren Singer, del suo esperimento antimondezza 


E a Natale ho ascoltato la mia (pro)zia novantenne che raccontava come, quando lei era bambina, andava coi suoi in un negozio dove compravano la pasta sfusa e poi suo padre, il mio bisnonno, scriveva su ogni busta di carta  - di quelle marroni - che tipo di pasta era. E mi sono chiesta: com'è che noi non compriamo quasi più niente sfuso?

Perché non è pratico, perché non abbiamo tempo, perché ormai i negozi che vendono articoli sfusi sono pochi, perché è più comodo andare in un solo supermercato e comprare tutto lì, comprese frutta e verdura plasticose che non sanno di niente.

E mi sono ricordata del negozietto dei frutos secos e ho deciso che ci sarei andata, a chiedere se era un problema per loro che io portassi i miei contenitori o buste di carta e me li facessi riempire.

Così ho portato al lavoro un barattolo di vetro e l'ho tenito sulla cattedra per un po' di giorni perché mi scordavo sempre. Ma poi un giorno all'uscita avevo pure un altro contenitore (di plastica, ok, ma usato e strausato) nello zaino e giusto 10 minuti liberi prima di un appuntamento. 

E sono entrata nel negozietto.
C'era fila, la signora al banco conosceva parecchie persone per nome, le ho detto del mio esperimento anti-confezioni/buste e le ho chiesto se mi poteva riempire contenitori che portavo io.

Ma certo - mi ha detto - magari fossero tutti come te.

Me ne sono tornata a casa con 200g di anacardi buonissimi.
Il giorno dopo ci sono ripassata con il contenitore di vetro a comprare un po' di nocciole.

Perché nel caos delle nostre vite credo che 5 minuti tolti al facebook o alla TV si possono sempre trovare, è solo questione di abitudine e organizzazione. Quindi d'ora in poi cercherò di organizzarmi.

Secondo me ne vale la pena!



20.1.15

Succede in classe # 3

 Ipnotizzati dal microonde

Io: Cosa fate quando volete rilassarvi e non pensare a qualcosa che vi preoccupa?
Studente: mi faccio un po' di popcorn. Girano e girano e girano e io non penso a niente.

Mannaggia ai pesci rossi, che non mangio pop-corn dal 2010.

Un po' di porno non fa mai male

A coppie devono raccontarsi un film che hanno visto.
Vedo 2 (donne) ridacchiare parecchio, poi si nota che una non capisce proprio cosa l'altra le sta raccontando.

Io: se non sapete qualche parola specifica, chiedete pure!
Alunna ridacchiando: Cecilia, come si dice prepuzio?

Occhi dei maschi della classe sbarrati!

Ma dico io, che cavolo di film vedete???
(Poi ho scoperto che parlavano del film francese Qu'est-ce qu'on a fait au Bon Dieu, in cui c'è una scena di una circoncisione)

Stanno troppo avanti

Stiamo facendo un ascolto sull'origine delle parole. Tipo, lo sapevate che arancia viene dal sanscrito e significa: veleno per elefanti?
Una delle altre parole era ketchup, dal cinese kê-chiap. L'ascolto ne fa lo spelling, perché ovviamente è diverso dalla parola inglese.
Stiamo correggendo l'esercizio è un alunno mi fa:

- Cecilia, ma il ketchup esiste da tanto tempo allora.
- Beh, sì, pare di sì.
- E allora perché nel listening parlano dell' iPhone? 'Sti cinesi!
- Whatttttt?

iPhone  fəʊn
Hyphen (trattino fra le parole) /ˈhaɪfən/