20.4.15

Il muro di Belfast

Belfast è una di quelle città che secondo me, o  ci vieni apposta perché sei esperto di storia irlandese, o come tutti gli altri ci fai un'escursione di un giorno da Dublino, o magari ti conviene volarci.

Questo era ciò che pensavamo quando abbiamo deciso di cominciare da lì il nostro viaggio irlandese: volo diretto da Alicante, perché no? Qualcosa da vedere ci sarà.

Io non so se con il programma di storia del liceo non ci siamo mai arrivati a quella ferita lacerante d'Europa, succedeva quando non ero nata, ma anche quando vivevo ancora in Italia e leggevo ancora i giornali, eppure chissà perché non ho mai capito il perché di certe canzoni, tipo Zombie o Sunday Bloody Sunday. Che ora le risentissi non canterei, me ne starei in silenzio.

Abbiamo scelto Belfast per caso e per caso ci ha accolte un couchsurfer canadese, Sam, che a Belfast ci vive da 15 anni e che ha vissuto e fotografato e filmato i conflitti e il dolore. E ricorda le macchine date alle fiamme, i bambini a giocare fra le macerie di una città non ricostruita, con la polizia a fare da barriera fra un quartiere e l'altro, e poi chi non c'è più.














E quelle che erano telecamere di controllo in una zona di confine ora sono dipinte e il suo quartiere hanno cercato di rinnovarlo, ma io ho negli occhi altri graffiti e murales che il passato non lo hanno lasciato andare.
E che parlano di morti innocenti, di madri piangenti, e di armi, di fame, di povertà.


Non sono qui per fare una lezione di storia, non ne so abbastanza, anche se durante e dopo il viaggio ne ho letto parecchio, a colmare un vuoto che mi faceva sentire quasi colpevole. Soprattutto dopo la frase di un anziano, che ci ha fermate quando eravamo in una zona (cattolica) e dopo averci spiegato il significato di murales e bandiere, ci ha ricordato cosa significasse la bandiera dell'Irlanda.

Il verde i cattolici.
L'arancione i protestanti.
Il bianco la pace.
Che non c'è mai stata.

E noi ingenue che cercavamo il muro della pace, e ci immaginavamo un muretto, con qualche altro graffito, ma magari di quelli più belli, meno violenti, meno difficili da digerire.

Bocciata in storia, bocciata in conoscenza del mondo.
Pensi a un muro e immagini quello di Berlino, o pensi alla Palestina. Magari al Messico, o alle barriere nelle spagnolissime Ceuta e Melilla in Marocco.

Come se il mondo finisse là.
Poi cammini cammini e i murales diventano sempre più cupi, sempre più politicizzati, sempre più grida sul cemento.



Cammini e cammini e non c'è nessuno per strada, e pioviccica e fa quel freddo che ti entra nei polmoni e ti affatica la respirazione.

Cammini e cammini, perché non ti quadrano le indicazioni della cartina che dice che il muro è più in là. E alla fine giri un angolo ed è come un pugno nello stomaco.
 E ti vengono le lacrime agli occhi, come ce le ho di nuovo ora, a pensare alla violenza e alla stupidità degli uomini.

Altro che muretto di pace, il muro è un muro, alto, metallico, tutto intero. Freddo. Anche se sta uscendo il sole.
Pensi a quanto poco sai, a quanto dolore ci deve essere stato.
A quante persone sono morte in quello stesso tratto di strada.


Il silenzio è irreale, ti senti minacciata, ti senti in pericolo dentro.

Come se fossi stata nascosta tu, dietro un muro, a fare la turista e a prenderti la pioggia in una città che lo vedi nella tristezza degli occhi della gente e in quel grigio che ci metterà ancora chissà quanto a riprendersi.

12.4.15

Il karma, i buoni samaritani, l'italianità


Sono partita. 
Senza organizzare, senza pensare, senza leggere, senza prendere appunti.
È la norma degli ultimi anni, parto all'avventura e con molta KARMA.

Avevo un volo di andata e uno di ritorno.
Nessuno ostello prenotato, nessun itinerario definito.
Solo una valigia da 10kg con il minimissimo indispensabile.
E la speranza che anche questa volta, come l'estate scorsa, tutto andasse bene.

Questo viaggio ha superato le mie aspettative a livello umano.
E allora più che ai luoghi d'Irlanda, il primo post voglio dedicarlo alle persone.
Agli sconosciuti, ai conosciuti, ai conoscenti, ai passanti, a tutti quelli che lo hanno reso più vivo e più vero.

Nessuno ostello prenotato, come ho detto.
Perché da tre anni ormai mi affido al couchsurfing e all'ospitalità di sconosciuti. Se non lo conoscete, beh, consiste nel dormire sui divani (ma anche letti o pavimenti) di persone iscritte alla pagina che offrono - gratis -  ospitalità. Se non vi fidate posso solo dire che bisogna leggersi bene i profili e le recensioni che altri ne fanno e capire se una persona e il suo stile di vita sono adatti a noi.

Io finora, a parte uno strano personaggio comunque innocuo, non ho avuto alcun problema. Da vegana prediligo couchsurfers vegani o vegetariani (abbiamo una pagina facebook internazionale), ma poi non importa l'età, il ceto sociale, la nazionalità. È una maniera incredibile per conoscere gente che normalmente non incrocerebbero mai il nostro cammino.

Ho conosciuto anarchici rifugiati, padri single, istruttori di bici per ciechi, giovani vichinghi, ufologi in erba, ricchi e poveri, dottori e manager, disordine ed estrema pulizia. 

Poi ci sono gli amici che si fanno in 4 per aiutarti. 
A Dublino c'è Filippa, conosciuta su facebook quando entrambe eravamo Comenius (per chi non lo sapesse, la mia vita per un anno è stata questo incredibile sogno www.comeniusinslovenia.blogspot.com). Comunione di anime da prof., esperienze di vita, la sua preoccupazione di vederci dormire sotto un ponte a Dublino che la porta a cercarci un tetto a casa di una sua amica e - quando il mio volo è cancellato per gli scioperi - ad ospitarmi a casa sua. Eppure la sua amica non ci conosce e neppure ci sarà. Eppure io e lei ci eravamo viste prima solo un giorno fugace a Roma, ma c'erano stati mesi di chiacchiere didattiche e di ogni tipo via facebook.


 E sono chiacchiere e risate e allora pare di essere amiche da chissà quanto. E Dublino attraverso i suoi occhi e il suo vissuto è anche un po' la mia città.

Io mi sono scordata come sono gli italiani. Non sono più tanto italiana in certe cose. 
Così quando Filippa ci dice che dei suoi amici hanno organizzato un picnic per Pasqua e anche io e Marghe siamo invitate, penso bene di mettermi due pacchi di cous cous liofilizzato nello zaino, in caso non ci fosse nulla da mangiare per noi.
Perché avevo scordato che significa un pranzo di Pasqua tra italiani, un'abbuffata mascherata da picnic in giardino. In cui i padroni di casa, Alessandro e Caterina, ci accolgono come se a quello si dedicassero, a ricevere i profughi appena arrivati in un Paese nuovo e a farli sentire a casa.

Credo sinceramente che questa domenica di Pasqua sia stato uno dei giorni più profondi della mia vita, chissà se gli altri se ne sono accorti. Sembra assurdo, ma stare fra italiani come da tanto non mi succedeva mi ha fatto fare pace con la mia italianità. Ricordare cosa c'è di bello nelle persone del Paese dove non vivo da tanti anni.

Quel calore, quel senso immediato di famiglia, quel pensare sempre agli altri e a farli sentire a proprio agio, quelle chiacchiere che scorrono naturali come se fossimo tutti stati compagni d'asilo che non si vedono da anni.

 Una torta vegana fatta apposta per noi ...

...  un cuoco instancabile con due barbeque separati così le verdure non si mischiano con altro ...


... la caccia agli ovetti di cioccolata nascosti in giardino, godendoci un sole tiepido che inaspettatamente ci riscalda e ci coccola.


Una giornata che pare durare secoli, e un certo punto non mi ricordo più neppure che siamo a Dublino, mi pare di essere a casa, poter tornare a piedi, e pensare che in ogni Paese ci dovrebbe essere un comitato di accoglienza così, come forse c'era quando la gente emigrava in ben altre condizioni.

Grazie Fili e grazie ragazzi/e, vi aspettiamo a Murcia.


21.3.15

Succede in classe # 4

Si parla di cose strane che gli sono successe, di oggetti strani che possiedono, di personaggi bizzarri, di esperienze fuori dal comune.

Li faccio parlare a coppie di un po' di tutto, poi faccio a tutti la stessa domanda:

Allora, qual è l'oggetto più strano o particolare che possiedi?

- Un antico forno a legna costruito 100 anni fa ...
- La bicicletta del mio bisnonno, che ancora funziona ...
- Una rosa a lunga durata (queste qua, che durano 6 mesi)
- ...
- ...

E poi è il turno di una - che probabilmente era stata con la testa fra le nuvole mentre altre 7 persone 7 rispondevano alla stessa domanda.

- ... Beh, di sera quando sono da sola a letto ...



Io, mente pura, non ho fatto nessun pornocollegamento. Il resto della classe sono scoppiati tutti a ridere. Lei voleva raccontare un' esperienza strana (qualche rumore nella notte, boh, dal ridere non ha neppure finito!), gli altri subito a pensare a oggetti porcelli! 'Sti spagnoli!

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Succede ogni quadrimestre: do da scrivere una mail formale per proporsi per un campo di  volontariato e chiedere informazioni. Sul libro c'è un esempio (che vediamo insieme), ci sono delle frasi utili e ci sono le istruzioni chiarissime da seguire: chiedi questo, specifica quest'altro, aggiungi quest'altro. Struttura rigida, preconfezionata, cioè, è praticamente fare un copiato modificato dell'esempio, non dovrebbero fare errori.

Ci ho messo 3 ore a correggere una quindicina di mail, voti che vanno dal 2 al 6, giusto un 7.

Io mi chiedo se davvero pensano che, nel mondo reale, potrebbero cominciare una mail formale dicendo:

- Voglio informazioni sul training, perché non so se posso farlo, dipende dalle date, perché forse sono in vacanza! (Voja de lavorà, sartame addosso!)
- Ditemi che animali si devono studiare, perché sono allergico a ... (ecciù!)
- Questo campo non mi preoccupa proprio, sono un campione di questo e quest'altro. (tutti superman e wonder woman!)
- Parlo questa lingua perfettamente ... (quando le istruzioni dicono chiaramente che il loro livello è A2) perché me l'ha insegnata una mia amica. (ah, menomale!)
- SONO IL CANDIDATO PERFETTO! (GRAZIE DI ESISTERE)

In questo caso non so se ridere o piangere!

14.3.15

San Tommaso



Io sono una persona abbastanza scettica.
Non credo ai rimedi miracolosi, alle diete magiche, ai superbarbatrucchi.
Sono - sempre di più - molto razionale, molto San Tommaso.

Per questo quando ho comprato i biglietti per lo show di Jeff Toussaint, un ipnotizzatore, l'ho fatto più pensando che i soldi sarebbero andati in beneficenza a un'associazione che si occupa di inserire nel mondo del lavoro persone con ritardi mentali.

Quando ero all'università mi ero comprata alcuni libri sull'ipnosi, ma oltre ad essere scettica io sono pure poco paziente e dovermi leggere 300 pagine per capire cosa fare - per me che non leggo mai le istruzioni - si era rivelata un'impresa impossibile e quei libri mi sa che erano finiti regalati o riciclati in una bruttombola.

Però ieri mi sono dovuta ricredere. L'ipnosi non è magia, gli ipnotizzatori non hanno superpoteri.
Jeff Toussaint lo spiega bene dall'inizio, lui non addormenta nessuno, la parola dormi viene usata solo come chiave di accesso alla mente, ma l'ipnotizzato deve volerlo, essere disposto.
È tutto un altro paio di maniche. Tutti possiamo essere ipnotizzati ed autoipnotizzarci se vogliamo.
Difatti lo facciamo continuamente, quando camminiamo o agiamo con il pilota automatico.

Il nostro cervello ha quella capacità, però non sappiamo bene cosa farci.

Eppure si può usare in tantissimi modi diversi e la faccia divertente dell'ipnosi sono proprio questi spettacoli magici che ci danno un assaggio di ciò che potremmo fare e come potremmo vivere se solo ...

Jeff all'inizio dello spettacolo  spiega i vari livelli dell'ipnosi (ce ne sono 47 mi pare, ma lui li riduce a 6 principali per farsi capire meglio e specifica che per arrivare fino alla fine bisogna essere in fase 4) e poi chiede a minimo 20 volontari di salire sul palco. Ieri ce ne erano più di 40.
A questo punto parlando e con l'aiuto della musica li fa entrare in un leggero trance, che altro non è che uno stato di profondo rilassamento. E poi li addormenta. Nel senso che toccando parti specifiche del corpo e sussurrando frasi ad hoc li stende per terra, però senza farli cadere come un sacco di patate.

Non tutti ci riescono: alcuni si addormentano davvero, segno che hanno superato la fase 4 e non sono quindi adatti allo spettacolo. Altri hanno manie ed ansie di controllo e non arrivano neppure alla fase 2 - io credo sarei fra questi, sono/ero sempre all'erta e se fossi salita sul palco avrei resistito con tutte le mie forze, perché all'inizio pensavo che erano tutte cretinate.

Dei più di 40 volontari alla fine dello show ne rimangono una decina.
E a questi Jeff fa fare di tutto: gli fa credere vivere l'esperienza di avere caldissimo, di avere freddo e di abbracciarsi, li fa addormentare uno sull'altro, li fa ballare come scatenati al ritmo della musica del cantante assegnato a ciascuno, gli fa credere che semplici pezzi di carta siano banconote da 100 euro o che stanno partecipando a una corsa di cavalli ecc.


  
Per me l'abilità più scioccante è quella di rendere i muscoli di marmo. Ieri ha solidificato un adolescente, trasformato in tavola di legno e messo fra due sgabelli, testa appoggiata su uno, piedi sull'altro, totalmente rigido. Poi ci ha fatto salire sopra in piedi un'altra ragazza. Insomma, oltre alla mente si può controllare anche il corpo.



Ovviamente questi trucchi non funzionano per tutti: fra i volontari c'era un suo collega francese, che però non parlava lo spagnolo abbastanza bene da capire gli ordini, e quindi rimaneva addormentato ma non faceva nulla. E altri volontari si sono svegliati mano mano perché erano scesi a livello 2.

Ora, a parte la sfera prettamente di intrattenimento di questo tipo di spettacolo, a me ciò che è interessato di più è stata la possibilità di controllare il proprio cervello, soprattutto per superare ansia, stress, insonnia e dolori vari.

E dato che penso sempre che è ora di cambiare lavoro, che ne dite se divento ipnotizzatrice?

9.3.15

Sconosciuti conosciuti

L'ho detto e lo ripeto.
Amo i libri di inglese che usiamo nei nostri corsi (questi qui).
Son fatti benissimo, quando preparo una lezione e poi leggo i consigli del libro del professore vedo che la maggior parte delle volte danno i consigli che io  ormai dopo anni di lezioni darei a un prof alle prime armi.

Su questi libri di inglese anche io imparo tante cose.
I temi trattati sono interessanti e vari, si nota che dietro c'è un lavorone.
Ci deve essere gente a cui piace l'arte, la letteratura, i dibattiti, i progetti sociali sperimentali.

Uno dei capitoli mi ha fatto conoscere il lavoro della fotografa Susie Rea e il suo progetto Intimate Strangers (eccovelo qui). 

Tutti noi, tutti i giorni, camminiamo per strada, prendiamo l'ascensore, entriamo in un negozio, prendiamo l'autobus, andiamo a lezione, al lavoro e spesso incontriamo le stesse persone. Persone di cui non conosciamo il nome, ma le identifichiamo dopo averle viste magari 3 volte, magari 10. Sono loro, gli intimi sconosciuti.

Qual è il limite, qual è il punto di svolta? Cosa ci porta a salutare per la prima volta o mai? A presentarsi, a volerne sapere di più?

Susie rompe la barriera dell'anonimato, va e si presenta. Gli editori dei libri di inglese che uso hanno deciso di farne un'unità didattica.
Così io faccio vedere le foto degli sconosciuti-conosciuti di Susie, senza dire agli alunni di che si tratta. Giochiamo alle prime impressioni, immaginiamo il nome, la nazionalità, l'età, il lavoro, il carattere, la vita e i sogni di queste persone.

Poi gli parlo del progetto, facciamo un ascolto in cui vengono rivelate le storie degli sconosciuti e si dibatte, pensando a quante volte succede anche a noi, a questi incroci senza parole, magari solo di sguardi quotidiani. A quelle persone che a Murcia conoscono un po' tutti, i famosi poveri o poveri famosi, che stanno sempre allo stesso angolo, magari con un cane, o a suonare uno strumento musicale e a volte qualche programma TV fa uno special su di loro.

 Io da 7 anni faccio a piedi sempre la stessa strada da casa al lavoro.
E non ricordo da quanto tempo vedevo sempre questo signore, prima solo, poi con un cagnolino, prima seduto su una specie di scalino di un negozio, poi lo scalino lo avevano tolto e lui stava in piedi, poi qualcuno gli aveva dato una sedia.
Leggeva, faceva cruciverba, alcune persone si fermavano a parlarci. 
Un giorno avevo sentito il suo nome, Manuel, e da quel giorno mi sembrava di conoscerlo un po' di più. 

Poi settimane fa l'ho visto proprio male. Ingobbito, con la pelle che lasciava capire che non stava bene. Il cagnolino non c'era più. Poi dopo le vacanze di Natale non ho più visto neppure lui. E lo sapevo che qualcosa era successo, perché quell'angoletto di strada era il suo mondo. Alcune cose (dei cartoni, una scatola) sono state ammucchiate lì vicino per un po'. Oggi ci ho guardato e non c'erano più.

Manuel è morto, e oggi quando sono passata su quel pezzo di marciapiede ho pensato che cavolo, l'ho visto per giorni, mesi, anni, e non gli ho mai detto neppure buongiorno.

Non so chi lo ricorderà, non so neppure se avesse famiglia, allora gli dedico questo post, a ricordarmi e ricordare che ogni giorno possiamo fare qualcosa per far stare qualcuno meglio.



















Foto da: http://www.studiooscar.com/docs/project.php?id=0:55:0



6.3.15

Ma tu sei ... ?


Ricominciate le lezioni. Ancora di più dello scorso quadrimestre.

Menomale che facendo i magheggi ho di nuovo la classe tutta solo per me, anche se con un paio di gruppi forse troppo numerosi. E con alcuni alunni che si metteno creme idratanti fetide, trangugiano acido cloridrico (o hanno dei gravi problemi di digestione ed acidità) e nun se lavanooooo.

Vabbè, su, quelle sono le eccezioni, in generale - pur avendo quasi tutti studenti nuovi - mi pare si stiano abituando a me. L'altro giorno uno mi ha detto che infine stanno uscendo dal 'tunnel dello shock'.

Mo', solo perché gli faccio sempre trovare la lavagna fitta fitta, do parecchi compiti e non faccio usare i cellulari in classe (ci mancherebbe altro!) e non faccio mai pausa.
Poi si abituano, non è mai morto nessuno, però ecco, c'è sempre qualcuno che mi chiede:

Cecilia, tu sei iperattiva, vero?

Poi la settimana scorsa la donna delle pulizie dell'università mi fa: ma tu vivi da sola, vero? ... Perché è difficile condividere ...

Io credevo mi volesse compatire - anche se non ricordavo di averle mai raccontato le storie delle luridone o delle pazze furiose coinquiline del passato, dalla mutanda portata per una settimana intera ai rituali acchiappa polvere angelica ...  - e invece no, lei si riferiva a me.

Cecilia, tu sei un po' ossessiva compulsiva, vero?

Ah, vabbè, grazie.
Comunque lo diceva perché lascio tutto ordinato sulla cattedra, ogni cosa ha un suo posto specifico; e sicuramente pulendo - non che ci sia molto da pulire - avrà notato le mie tabelle e schemi, liste ecc.

Mi chiedo se anche il mio capo la pensa così.

Oggi mi hanno mandata a lavorare in un'altra città, in questo posto.
A voi che cosa sembra!?



Ecco, se non mi sentite più è perché mi hanno rinchiusa.

21.2.15

Che si fa con la nonna?

Il secondo quadrimestre mi ha messo sotto come un treno ad alta velocità.
Da venerdì scorso ad oggi ho avuto l'impressione di nuotare sottacqua con le bombole quasi scariche.
Sono stata sempre al lavoro, a casa solo per dormire, perché le prime settimane sono così, con corsi nuovi, alunni nuovi, sala dei professori da svuotare proprio il giorno che ti fa male la schiena, riunioni in cui vengono dette sempre le stesse cose, ma vabbè, è sabato.

Però ecco, almeno una cosa bella c'è stata. 
Fra i miei buoni propositi per quest'anno c'è quelli di andare a teatro (almeno 4 volte) e così, già a inizi gennaio, avevamo comprato i biglietti per uno spettacolo intitolato ''Che si fa con la nonna?'' che poi è stata mercoledì.

L'avevo comprato perché, leggendo un trafiletto di descrizione avevo visto che trattava di alzheimer e di nonni, un tema che ho vissuto e che mi sta a cuore. Poi guardando le foto di spettacoli precedenti mi ero un po' insospettita, c'era qualcosa di strano. 


Solo quando la regista/direttrice ha cominciato a descrivere ciò che la serata sarebbe stata, ho realizzato che TEATRO FORUM significava qualcosa di diverso. Il teatro forum (nato dal Teatro dell'oppresso) si propone di coinvolgere il pubblico, trasformando tutti in spettATTORI, usando il teatro come strumento di lotta sociale e di cambiamento e riflessione a livello personale, ma anche globale.

Funziona così: gli attori mettono in scena l'opera normalmente e poi, dopo aver spiegato 3-4 regolette, a luci accese la ricominciano, ma quando c'è qualcosa che non va, quando un membro del pubblico pensa che il personaggio avrebbe dovuto o potuto comportarsi in maniera diversa, allora può alzare la mano, dire STOP, salire sul palco e prendere il posto di quel personaggio, per rinventare la scena con gli altri attori, prontissimi a dargli filo da torcere.

 In questo caso la storia rispecchiava la vita di tantissime famiglie:
una nonna malata di alzheimer, di cui si prendono cura una badante romena che vive con lei e la figlia che vive al piano di sopra. L'altro figlio che vive a soli 5 minuti in macchina si presenta raramente, è sempre impegnato, scarica tutte le responsabilità sulla sorella, ma quando si tratta di spendere soldi (di sua madre) per migliorare la situazione, magari scegliendo di trasferirla in una struttura che possa prendersi meglio cura di lei non acconsente e continua però a lavarsene le mani.
La nipote, figlia della figlia, studia in un'altra città e promette di tornare in visita, ma questi 'presto verrò a trovarvi' non si trasformano mai in realtà. Il genero, marito della figlia, osserva la situazione da spettatore, non sa come aiutare e vede la sua vita matrimoniale andare a rotoli.

A quanti di voi risultano familiari queste dinamiche? Quanti di voi hanno vissuto quegli scontri, quelle frustrazioni, quella rabbia? Avremmo potuto fare di più? Avremmo potuto comportarci meglio? Cosa avremmo potuto dire e fare per rendere il tutto più umano? Come vivere questa terribile malattia senza che alla fine si ammali anche qualcun altro?

Perché così si conclude l'opera, con la figlia ormai stremata e malata anche lei, che non ha tempo per sé e finisce in ospedale, e allora ''Che si fa con la nonna?''. 

All'inizio temevo che, essendo composto il pubblico principalmente da pensionati, che già si erano lamentati all'idea di avere le luci accese nella seconda parte, lo spettacolo non avrebbe funzionato.
Invece il tema alzheimer ed anziani toccava personalmente più di uno degli spettatori seduti in sala e il tempo è volato.
Ci sono stati tantissimi stop, molte riflessioni, tanta voglia di condividere da parte di persone la cui vita è stata distrutta da questa malattia. Ci sono state anche risate e sicuramente delle lacrime e parecchi esami di coscienza. Per tutte quelle volte che abbiamo detto di non avere tempo, per tutte quelle male parole, per l'egoismo di alcuni e l'incapacità di trovare un compromesso. 


(Vi lascio un link - in inglese-  con studi interessanti sulla prevenzione dell'Alzheimer http://nutritionfacts.org/?s=alzheimer, sarà pure ereditario, ma ci sono tante cose che si possono fare per prevenirlo!)

6.2.15

Er mejo der Colosseo

Certe ciambelle riescono proprio con il buco.

Sono a Roma, lo sapete e di solito quando ci torno d'estatepasquanatale ci sono sempre un sacco di cose da fare e finisce che non esco dal mio quartiere e incastro incontri di famigliamici, ma mi rimangono in testa troppi avrei voluto o sarei voluta andare.

Uno di questi ultimi era un sareivolutaandare al ROMEOW CAT BISTROT (questo qui), aperto proprio a dicembre a 10 minuti a piedi da casa di mamma e papà, nuova casa di uno dei gatti di Luna di Formaggio, il rifugio per cani e gatti che gestisce mia sorella http://www.lunadiformaggio.com.

Quando poi avevo letto che la cucina sarebbe stata vegana, fremevo per andarci, ma quando infine avevo ritagliato una mattinata libera, grido di mannaggiaipescirossi, era lunedì ed era chiuso!


Questa volta mi sono ripromessa che non avrei lasciato sfuggire l'occasione, e quale migliore momento se non una cena con la mia amichetta Jasmina, in visita - per pura coincidenza - dalla Slovenia del mio cuore? Lei è stata la mia ispirazione vegana e allora cosa poteva esserci di meglio che celebrare 25 anni di amicizia se non una cenetta in un posto speciale?


Romeow è tutto ciò che mangiare fuori significa per me.

Un posto accogliente, gestito da persone carinissime che ti fanno sentire subito a casa, decorato nei minimi dettagli in modo creativo e particolare. Musica di sottofondo, cibo fantastico e poi loro, i 6 gattoni, che gironzolano, si arrampicano, sonnecchiano e ti ricordano, con la loro semplice presenza, che nella vita ci meritiamo di fermarci, tranquilli, a cenare, pranzare, fare colazione, mangiarci un dolcetto, chiacchierare, respirare e dimenticare il mondo di fuori che corre.




Le foto fatte con il cellulare non rendono (guardate il loro facebook linkato sopra) e sono talmente tante le cose che abbiamo provato che ora non ricordo più gli ingredienti e i nomi, ma solo la delizia dei sapori. Soprattutto della torta raw al cioccolato, me la sogno di giorno e di notte! La ricetta la trovate qui http://www.sugarless.it/?p=1482#more-1482



Così ci sono pure tornata, per una tarda colazione con mamma e papà, e per qualche altra foto e un'oretta di pace. Perché Romeow NON è un cappuccino bevuto di corsa prima di scappare chissà dove, ma il concedersi volutamente una pausa anche solo per guardare uno dei gatti dormicchiare o arrampicarsi sempre più in alto.






Che dopo 15 anni lontana da Roma io i ritmi frenetici non li capisco più, e Romeow è quell'oasi di tranquillità dove rifugiarsi e semplicemente godersi la vita! Da non perdere!




Il Romeow Cat Bistrot si trova a Roma, Via Francesco Negri 15, facilmente raggiungibile a piedi dalle fermate metro Garbatella o Piramide. Chiamate per prenotare a pranzo e cena, perché sta avendo un incredibile successo ed è quasi sempre tutto pieno
tel. 06 57289203 - romeowcatbistrot@gmail.com

http://www.romeowcatbistrot.com/

31.1.15

La sorpresa

La sorpresa internazionale funziona così.
La settimana prima della sorpresa (in questo caso le tre settimane prima) lavori talmente tanto che esci di casa senza pettinarti, a volte con la maglia del pigiama sotto il maglione e con le occhiaie che hanno il fuso orario e ti cominciano a circunnavigare la faccia.

Sono ovviamente le settimane in cui c'è un sacco di lavoro, in cui manca il personale, in cui mandi il primo whatsapp all'altro collega coordinatore alle 5.30 di mattina, quando lui ti ha mandato l'ultimo all'1.
Sono le settimane in cui dall'Italia arriva il bollettino medico che ti fa venire le palpitazioni di notte e allora impari a fare il training autogeno manco dovessi partorirla sta sorpresa.

Ma un po' è davvero un parto, perché sebbene fino a 2 giorni prima tu non abbia ancora comprato il biglietto aereo, hai già scritto a capa e sottocapa per avere i giorni senza stipendio per tornare e corri come una trottola, perché forse ti dicono di no, ma magari ti dicono di sì, perché in fondo non è che vai a divertirti, ma a fare da traslocatrice, infermiera, psicologa, intrattenitrice e soprattutto figliapresentenelmomentodelbisogno.

Sono ovviamente le settimane che a lavoro si scatena il caos, e i non si sa, si può, non si può, su e giù, e io cerco di farmi buono il karma dicendo buongiorno, come stai oggi? a tutti i candidati che si presentano agli esami, che di solito sono un orco e quindi è un bello sforzo.

Poi ti dicono di sì, e allora ci sono biglietti da comprare durante esami da fare e correggere, persone da sostituire, e tocca anche mangiare zuppe bruciate perché mentre le riscaldi sei al telefono e ti dicono che devi riuscire per l'ennesima volta a portare quel documento che loro dovrebbero già avere e puzzi come un caprone per quanto hai sudato qua e là.

Sono notti che vorresti che passassero già, perché c'è ancora una firma da ottenere, altre telefonate da fare e mal di testa da schivare.

Perché la sorpresa, per essere tale, ha bisogno pure di complici da avvisare, storie da imbastire, alibi da creare.


La sorpresa non avrebbe invece bisogno di un'ora di ritardo del volo, che soqquadra il piano perfetto, gli orari, le strategie. Il santo telefono con internet ripermette di quadrare il cerchio, mentre bugie Pinocchiose fanno credere a mia mamma che sono tranquilla a casa a Murcia  a fare colazione o preparare il pranzo, io fra domande e risposte ho camminato fino alla stazione, ho preso il mio pullman, ho passato i controlli con la valigia carica di arance, limoni, cachi e patate lesse che erano la mia spesa per quei giorni che non sapevo ancora dove sarei stata. E sono al gate ad aspettare e a fremere quando il piano A salta per colpa del vento romano.

Ma nei giri e gironzolamenti e corse folli dei giorni precedenti ho pensato anche al piano B e corro trafelata in aeroporto, per batterli sul tempo, e un altro bus e una metro B come il piano B! ed essere infine davanti alla porta di casa mia, quando ancora non c'è nessuno.


Mi vede un vicino, seduta sulle scale, non ho le chiavi, e rubo internet dalla mia stessa casa, al di là della porta e aspetto, io che non ho pazienza, aspetto. Perché so che la sorpresa ha funzionato.


Li sento i miei che arrivano, perché sono caciaroni, li sento dal piano terra e mi nascondo dietro la porta dell'ascensore, come facevo con Aika tutte le volte. So che fanno i turni per salire e prima penso di aprire la porta dell'ascensore e fare BUUUUUU, poi ci ripenso, che ci manca giusto un infarto, meglio di no.

Così me ne rimango seduta sulle scale e lascio che sia la mia valigia accanto alla porta a dare il primo indizio. Macché, mamma la guarda, interdetta, è sulla nostra soglia eppure niente, non si gira, segno che la sorpresa è riuscita davvero, perché neppure davanti all'evidenza si rende conto che sono lì, a 3 passi, dietro la porta ancora aperta dell'ascensore.

Allora mi alzo, ma niente, se fossi una pazza omicida mia madre non avrebbe neppure l'attimo di panico, non mi vede. Finché non si gira per chiudere la porta dell'ascensore e allora lo vedo, quello che succede nelle inquadrature in primissimo piano dei film, come la pupilla fa ZOOM e il segnale dell'impossibile arriva al cervello.

Adrenalina, era quello che volevo. 
Scatta il gridolino e le dico zitta zitta, che anche mio padre che sta per salire si beccherà la sua dose.


E così infine siamo dentro casa e mio padre suona alla porta, apro che lui non sta guardando me, poi guarda su e di nuovo quelle pupille e quel sorriso.

E non so se a me piacciono le sorprese, però mi piace immaginarle e metterle in atto, perché poi ti scordi le corse, i giri, l'attesa, ti scordi il caos, gli appunti scritti sulle mani perché devi ancora fare questo, questo e questo prima di partire, e ti ricordi solo le pupille che fanno ZOOM e la botta di adrenalina che cura tutti i mali.

26.1.15

Di tette, squame e limoni.

C'era un tempo in cui lo stress mi faceva venire delle emicranie da ospedale.
Poi ho imparato a catalizzarlo, a non farmi tangere troppo da cosa mi succede intorno e ad essere più asociale sul lavoro. La situazione è indubbiamente migliorata, ma ci sono momenti che mettono a dura prova la mia resistenza.

La settimana scorsa è passata in un soffio valanga. Ci sono finita dentro e sotto perché abbiamo vari colleghi/e in congedo per gravidanza, malattia, depressione. Siamo rimasti in pochi, e neppure pochi ma buoni. Così gli esami, correzioni, cambi, riunioni, aule che mancano, che cambiano e tutti i tipici cavoli della vita di un professore si sono concentrati in 5 giorni e  mi hanno travolto in pieno.

Io mi faccio le spremute di arancia tutte le mattine, sto mangiando sanissimo perché 'sta storia di non comprare cose imballate in plastica mi sta obbligando a evitare un sacco di veganschifezze. Cerco di dormire più che posso, un sabato sera se sono stanchissima non me ne frega niente di uscire, me ne vado a letto alle 9 e dormo fino alle 7. Ci metto più o meno le stesse ore che ci mette il mio ipad a ricarcarmi.

Però, nonostante tutto, a volte la fatica si fa proprio sentire. Così per tutta la settimana scorsa ho avuto un mal di tetta che mi sentivo Afrodite A, l'amica di Mazinga Z, la spara tetta. Pensavo che l'avrei sparata da un momento all'altro e avrei fatto esplodere le classi, le cartelline di esami da correggere, i turni di colloqui orali. BOOM! 
E poi mi è venuta una macchia rossa di dermatite sullo stinco sinistro, che so che qualcuno direbbe che è un innegabile segnale che sono stata rapita dagli alieni, ma secondo me è proprio la fatica.

Ho evitato di pensarci tutta la settimana, portandomi appresso la tetta bionica e le squame ben nascoste e pregando che finisse.
È finita.

Mangiarmi un ananas fresco intero ha risolto il problema tetta (altro che antiinfiammatori!). 
Crema idratante e ore di sonno risolveranno il problema pelle di serpente.
Per tutto il resto non c'è Mastercard, che a me fare shopping non serve a rilassarmi, anzi.

Per tutto il resto c'è una passeggiata nei campi, che stanno a 15 minuti da casa mia, e dove incredibilmente nei 15 anni che vivo a Murcia, non ero mai stata.
Murcia è bruttarella sotto certi aspetti, poco curata, un po' sciattona.

Però poi ti regala degli angoli che ti fanno pensare: forse sono io che di solito non presto attenzione.

Non si vede bene, ma sui fili per stendere in fondo ci sono appese fili di bucce di arance e limoni. La prossima volta chiedo alla signora che ramazzava il giardino cosa ci fa.
 
Fra tanti palazzi nuovi resistono case così, coi panni stesi in giardino. Io ci vivrei.
 

Questa sembrava disabitata ... vado a chiedere quanto costa?


Balconi verdi!

E poi eccoli, loro, i miei amati, che sporgono dalle recinzioni per farsi rubacchiare.
Sapevate che cominciare la giornata con un bicchiere di acqua tiepida con il succo di mezzo limone vi rimette in sesto? Aiuta ad eliminare le tossine, a depurare il fegato, a stimolare il sistema immunitario e che più ne ha più ne metta. Poi se i limoni sono pure gratis ...


E per finire un bel pezzo di tortilla vegana. Una ragazza dei nostro gruppo facebook veggie infine pare aver trovato ciò che le piace fare: cucinare su ordinazione usando ingredienti bio (che compra a un'altra ragazza del gruppo che ha un orto). Accetta pure baratti, pagamento in generi alimentari o altri oggetti che possono servirle.


E ora inizia un'altra settimana! Valanga in arrivooooo!