Torno dove ho vissuto già per tanti anni.
Torno in un posto da cui per un anno ero di nuovo scappata via.
Torno ma facciamo che non torno.

Per lasciare un commento scegliete una delle opzioni sotto il post e scrivete pure! Se non avete nessuno di quegli account, scegliete l'opzione 'anonimo' e poi firmate, se volete!

24.7.14

Strizzo gli occhi

Non faccio foto e non scrivo, non scrivo e non faccio foto.
Una specie di circolo vizioso. 
In Slovenia vivevo con la macchina fotografica attaccata al collo, e ogni occasione era buona, ogni spunto vivo.

Non che ora non ce ne siano di spunti, è la mia memoria che fa cilecca, o va in sovraccarico, o che ne so. 

Così strizzo gli occhi e fotografo la cicogna che plana per posarsi sul ponte vicino casa, ma è una cicogna o un airone? Boh.
Così strizzo gli occhi e mi godo una serata nel giardino del ristorante vegano, nuovi buonissimi panini, uno scarabeo, un gatto cieco, il fresco dopo i 40º di giorno.
Così strizzo gli occhi e guardo le scavatrici che sventrano il letto del fiume vicino casa, perché eravamo stufi di avere il fiume più inquinato d'Europa e ora non lo so che intenzioni hanno, ma sono settimane che ci lavorano.

Così strizzo gli occhi e fotografo i miei studenti, di questo corso di luglio scivolato via senza intoppi, un gruppetto molto affiatato, di quelle classi che è una passeggiata, che vieni al lavoro ed è come stare in salotto, e abbiamo parlato di tutto, perché erano/sono 12 persone di quelle belle, con gli occhi puri, e la voglia di essere migliori.

Strizzo gli occhi e fisso nella mente le loro facce e alcune frasi e risate,  perché a volte dico che non voglio insegnare più, poi arrivano 'sti 12 con quest'empatia, questa gentilezza, questa educazione di altri tempi, e trasformano la classe in mondo, il dialogo in condivisione, i sorrisi in gemme da conservare, e tirare fuori dalla memoria quando penso che preferirei fare la contabile.

E poi che ne so, credo di aver trovato la mia strategia antistress, e penso mannaggia ai pesci rossi che non l'ho capito prima, che certi corrono le maratone, altri fanno boxe, altri fanno shopping compulsivo o si strappano le sopracciglie con le pinzette, io invece disegno scarabocchio:


È un'idea scema, nata per caso, e miracolosamente disegnare torture e ridicolaggini è la mia bacchetta magica, per fare pace con la Spagna e con l'Italia, che sono parte di me eppure a volte le cancellerei dal mappamondo, sul foglio si appiccicano rabbia o incavolature e io sono tranquilla e penso ad altro.

Perché il viaggio per l'estate, sfiga delle sfighe, lo avevamo prenotato per l'Israele, e fino all'ultimo abbiamo sperato, e fino all'ultimo abbiamo pensato dai, ora si tranquillizza tutto, da, non può essere.
Non sarà, questo viaggio. Un altro di quei biglietti aerei perduti.

Ma ci sarà un altro viaggio, tirato fuori una mattina di ricerca disperata e di voli scelti a casaccio, di couchsurfing e incastri per passare, andare, tornare, e da indirizzare on the road. 

Forse meno esotico, forse l'ultimo posto che avrei immaginato di visitare, ma prometto foto e post, post e foto e per ora buone vacanze a tutti.

6.7.14

Poche parole desertiche

Per prepararmi alle vacanze di agosto che prevedo caldebollenti, questo fine settimana, come da triennale tradizione, sono venuta in ritiro nel deserto.

Mi dicono che è molto simile alla Cappadocia, e io che in Turchia non riesco ad arrivarci (ci ho provato 3 volte ed è successo qualcosa di brutto oppure di bello, e allora non ci provo più) mi ritrovo a passeggiare sotto il sole cocente fra ulivi ed arbusti e a pensare per immagini senza verbi.



Solitudine


Sopravvivenza


Vuoto


Terra di conigli


Pastorella

Fanno bene questi fine settimana senza programmi, in cui il pigiama e l'abbigliamento quotidiano, le scarpe e le ciabatte, la colazione il pranzo e la cena si confondono e non si sa più che giorno è.

O forse sì, è il giorno delle amichette e del ti ricordi e del come eravamo, e di quanto possiamo essere ancora sceme.


Ci sono i gatti dai mille nomi, che lo sanno che Aika se ne è andata, e mi leccano le dita vegane e si lasciano accarezzare all'infinito, e il tempo si fa felino, e scorre sonnacchioso, a 45º che qua siamo nel deserto, e ci si alza da un lato per andarsi a distendere da un altro.


Il gatto-sciarpa

E poi come gatti si va a caccia di prede e si torna a casa con un bottino di 126 ...
palline.


Perché questo deserto è un desolato campo da golf, figlio della speculazione edilizia, in cui la natura piano piano si sta riprendendo ciò che era suo, e dalla sabbia nascono fiori.


22.6.14

Una lettera d'amore

So che ci metterò ore e ore a scrivere questa lettera d'amore, perché piango già prima di cominciare e il cuore mi piange dentro da mesi.


Aika, questa lettera d'amore è per te.
Che il fidanzato non ce lo hai avuto mai, e allora te la scrivo io, perché ti meriteresti una, cento, mille, un milione di lettere d'amore, e ci potrei scrivere un'enciclopedia aikosa su di te e non finirei mai.

Aika.
Il 3 giugno 1997 io studiavo per un esame di giurisprudenza al tavolo del salone, a Roma.
Portavo una maglietta seria, la mia maglietta fortunata. Era una sorta di rituale, giurisprudenza mi faceva schifo e io mi aggrappavo alla maglietta portafortuna, da mettere durante l'ultimo ripasso e poi all'esame.

La mia, la nostra fortuna, invece sei stata tu e ci hai cambiato la vita in tanti modi quante sono le mie lacrime, infinite, a ruota libera da qualche ora fa, quando appena atterrata in Spagna di nuovo, dopo essere stata da te, mi ha chiamato papi e mi ha detto che non c'eri più.
E invece mi sembra che tu ci sei sempre stata, anche se in realtà ci hai scelto quel 3 giugno e di anni con noi sono stati solo 17.
Ma in finlandese Aika significa tempo, e allora Aika tu ci sei, ci sei stata e ci sarai per tutto il tempo della mia vita.

Aika, aikosa, aikina, topona, pinona, pipistrellosa, puzzoletta, canona, faccio una pausa perché non ci vedo più.

Quel 3 giugno quando siamo venuti in canile, e a me i cani piacevano, sì, ma preferivo i gatti.
Giravamo per le gabbie e guardavamo i cuccioli piccoli.
Poi ce n'era uno marrone, pareva dovesse essere lui ad accompagnarci a casa.
E invece dalla gabbia come un razzo sei venuta fuori tu, ci hai visti e ci hai scelti, Pallina.

Perché così ti avevano chiamata in canile, forse perché rimbalzavi da tutte le parti, con quella tua corsa tutta sbieca a mo' macchinetta da scontro.
E mio padre non era neanche tanto convinto, eravamo venuti solo a vedere i cani.
E invece, Aika, tu lo sapevi già che avevi trovato la tua casa nel nostro cuore.

Mi ricordo ancora la telefonata di papi a mamma: torniamo a casa, con un cane.
Mi ricordo gli occhi di mia sorella, che brillavano a 1000 carati canati!
E posso immaginare la faccia di mia mamma a casa: oddio, un cane, e mo' dove lo mettiamo.

Lo mettiamo nei nostri cuori, nei nostri cervelli, sotto i letti, in cucina a sniffare l'aria, in ogni angolo.
Aika, tu sei diventata la capafamiglia e noi facevamo finta di no, ma da quel tre giugno hai ci hai guidati tu.

Io poi giurisprudenza l'ho lasciata. Perché Aika, quel 3 giugno puzzavi  talmente tanto, e sbavavi e leccavi e ti appiccicavi, che la mia maglietta fortunata è stato l'ultimo giorno che l'ho portata, l'esame l'ho rimandato e poi ne ho rimandato un altro. Perché io non ce la facevo a lasciarti sola a casa. Perché tu ti mettevi sotto il tavolo del salone dove io studiavo giurisprudenza e non mi lasciavi, e mi mozzicavi i calzini, e mi portavi un giocattolo, e zompettavi sbilenca, perché la grazia femminile neppure tu ce l'hai mai avuta, ma sei stata una gran signorina e poi signora.

Aika, mi hai salvato la vita, e me l'hai cambiata.
Se non fossi arrivata tu io avrei continuato a studiare quella roba che non mi andava giù, e non avrei cambiato facoltà, non sarei partita, non sarei dove sono, né chi sono.

Chi non è stato scelto da un cane penserà, e che sarà mai, un cane, un animale, tutti quei peli, scendere a farti fare la pipì, stare ore e ore ad accarezzarti perché eri tu a decidere quando volevi e quando invece ti scocciava, darti un biscottino di nascosto, portare sempre un regalo per te in valigia.

Ieri sull'aereo di ritorno, quando non sapevo ancora che anche tu stavi volando via, leggevo un libro in cui la protagonista aveva perso la felicità, e in un'inserzione sul giornale chiedeva alla gente di raccontarle cos'era la felicità duratura e vera.

E io pensavo a te, Aika, che anche se ora fisicamente non ci sei più, ci sono i ricordi, a mille, nel mio cervello, e mi scorrono tutti dietro gli occhi, dentro le pupille, come un filmino che va a ruota libera, fatto di centinaia di fotogrammi, che io non posso e non voglio fermare.

Aikina secca secca appena arrivata, e una cacca piantata subito in camera nostra, tò, eccomi qua, non me ne vado, questa cacca è il mio regalo per voi.
Aikina che morde un tappeto bello, tò, beccati questa, perché gli oggetti non contano, quello che conta è l'amore.
Aikina che mastica una ciabatta, che ingurgita l'occhio di un peluche.
Perché, tò, ora la pelusciona di casa sono io, e ora non distruggo più niente, ma avete capito l'antifona.

Aikona è stato il mio amore a distanza.
L'unico amore a distanza vero, ricambiato, felice.
Aikona quando io tornavo faceva l'elicottero con la coda e sembrava stesse per prendere il volo.
E quando era giovane mi aspettava sul balcone, lo sapeva che tornavo, ma come faceva?
Aikona quando me ne andavo corrucciava la fronte e non mi guardava, si arrabbiava, ecco, te ne vai un'altra volta, ma sappi che i mal di testa che ho io te li beccherai anche tu, e i miei primi peli bianchi corrisponderanno a capelli bianchi tuoi.

E quando una settimana intera non potrai dormire, piena di dolori alla schiena allo stomaco alla testa, e ti chiederai perché perché perché, sappi, cara Cecilia, che mamma ti chiamerà e ti dirà che sto tanto tanto tanto male, e tutti quei dolori sono i miei.

Aika, io ero qua in Spagna e come altre falsi allarmi sono corsa, perché il tempo e il karma sono stati buoni con me, o forse tu lo sei stata, e mi hai permesso di arrivare, hai aspettato che finissi gli esami, che buttassi 3 cose in valigia, che prendessi il pullman con le lacrime accumulate e gli occhi a fare diga, che prendessi quell'aereo e che pregassi, offrendo un anno della mia vita a cambio di un altro giorno con te.

Aika, sei stata passeggiate che mi davano tempo di pensare e rallentare.
Aika, sei stata la scusa per rimanere a casa tante volte, e passare tempo in famiglia.
Aika, sei stata il gioco del topo, su, dammi la sinistra, dammi la destra, aspetta, aspetta, salta. Mi piacerebbe avere un video di quel gioco, di come mi accontentavi, perché in fondo ero io che giocavo, e tu che mi facevi giocare.
Aika, mille volte più intelligente di noi, che capivi la nostra personalità, ognuno così diverso nella nostra famiglia, e sapevi a chi chiedere cosa, a chi regalare cosa.
Aika, miao miao, acchiappa il gatto immaginario, e poi non mi hai creduto più.
Aika, ti faccio salire sul mio letto, ma non lo dire al Generale che poi ci fa fuori a tutte e due.
Aika, che lo sapevi quella volta che io avevo un segreto grosso come il mondo e mi stavi intorno, e non mi lasciavi mai, perché dovevi proteggermi.
Aika, che mi hai fatto diventare vegetariana, perché quando sei arrivata tu ho fatto 2+2 e ho capito che gli animali vivono sentimenti, emozioni, dolori, proprio come noi.

Aika, quando hai cominciato a diventare vecchietta io non ci credevo, perché chi è stato scelto da un cane lo sa che ti regalano l'eternità, e sono sempre cuccioli, anche quando non ce la fanno più ad alzare la testa.
Ma lo fanno, per dirti ciao, per l'ultima volta, lo hai fatto tu due giorni fa, e lo sapevamo che era l'ultimo ciao.

L'ultima leccata, l'ultima carezza, l'ultima volta a stare distese per terra insieme.
Perché tu Aika non mi hai reso migliore persona, ma miglior cane.
Io non ti ho umanizzato, mi hai canizzato tu.

Ciao Aikina, Aikona, pinona, pippi, vola sulla luna di formaggio con quelle tue orecchie da pipistrellona.
E guardami da lassù, e continua a guidarmi e a rendermi un cane migliore.




20.6.14

Questo porco mondo consumista



Lo sapete che sono minimalista.
Ormai non compro più niente.
Solo cibo e generi di prima necessità.

Ma gli oggetti, le cataste di libri, gli armadi e i cassetti straripanti di vestiti, i ninnoli e soprammobili pieni di polvere, no, no, no, non ce la faccio più.

Mi fanno venire l'ansia, mi fanno diventate apatica.
Come se mi dovessi caricare tutto 'sto peso di oggetti immobili sul groppone e me lo portassi sempre appresso.

Così da 3 anni circa è cominciata la mia missione sfoltimento.
Ho buttato appunti dell'università e del liceo.
Ho regalato magliette che a stare nell'armadio erano diventate tutte corte (o forse prima portavo pantaloni sottoascellari).
Ho fatto fuori e riciclato tantissime cose.
Ho venduto un po' di libri a conoscenti, un altropo' li ho ceduti ad amanti di SusannaTamaro e dell'autoaiuto (perché mia madre a Natale per un po' di anni mi regalava: come amare te stessa, come farti amare, addio core rimarrai zitella fattene una ragione).

A Murcia sto in un gruppo di baratto e ho scambiato oggetti per frutta e verdura, o altri oggetti di cui però avevo bisogno (cacciaviti, coppe per il gelato, insalatieri grandi ...)

Poi una mia ex alunna mi parla di un'application nuova, per telefonini ed ipad, per vendere cose di cui non si ha più bisogno, regali sbagliati o ricevuti da ex-amici, fidanzati, suocere ...

Comincio a smucinare nei cassetti e trovo robe così, di un'epoca in cui popolavo la mia stanza di candelle, robe indiane, incensi, e cose appese ovunque ...



Gatto sonarello che mi sveglia sempre quando sto cercando di dormire la siesta


Tarocchi delle mia fase mistico-fattucchiera


Microgonna 

Continuo a smucinare e, sorpresa mi domando in che epoca della mia vita io possa aver comprato qualcosa del genere


Nuovi, nuovissimi, perché io porto solo mutande di cotone, né grandi né piccole, ma di certo non sexy. Insomma, credo che nella furia consumistica negli Usa, oltre a comprare 18 paia 18 di stivali scarpe sandali, 30-40 magliette, jeans su jeans e detuttodepiù, io debba aver arraffato pure 'sti fazzolettini (s)copripudenda, e mo' che ci faccio?

Decido di provare a venderli, sono nuovi, sicuramente ci sarà qualche culettafelice con pochi soldi che sarà contentissima di sentirsi rebel di giorno e pizzo di sera.

Un nuovo messaggio.

Jose.

Vabbé, dai, molte Maria José si fanno chiamare José. La José.

No, è un lui.

Vabbè dai, sarà un adolescente timidone che vuole fare un regalino osé alla sua ragazzina pudica.

No.

José: sono nuovi i tanga?

Io: Certo. (Magari un po' fuori moda essendo del 2005, ma io non sono un'esperta di tanga)

José: e non è che me ne venderesti qualcuno usato?

Io: guarda, io non uso tanga, poi questi sono a 50 centesimi, mica a 5 euro, forse hai letto male.

José: no, proprio usato. Tu li usi, non li lavi e me li spedisci. 10€ l'uno.


...

E fu così che l'ingenua Cecilia, all'età di 38 anni, scoprì il favoloso mondo dei feticisti della mutanda usata.

Dopo Jose c'è stato Daniel, Miguel, R.P, ... E poi ho cominciato a cancellare i messaggi appena li ricevo. C'è chi chiede foto, chi chiede spedizione a casella postale, certi pure la raccomandata.

Io e Margherita avevamo anche avuto la tentazione di fondare un business di spedizione mutanda.
Prendere mutande anche nuove e metterle a mollo in acqua fredda in contenitore chiuso con i calzini di tutta la settimana, poi senza farle asciugare metterle subito in una bella busta di plastica per trattenere umidità e puzza e spedirle al felicissimo zozzone.
Idee imprenditoriali del nuovo millennio.

Ci siamo anche amaramente pentite di aver buttato le mutande sgommate lasciateci in ricordo dalla ex coinquilina. Sicuramente quelle valevano il loro peso in oro!

(S)PORCO CONSUMISMO

*una precisazione per tranquillizzare mia mamma: sti zozzi in cerca di mutande usate non hanno modo di trovarmi, contattarmi direttamente, non hanno i miei dati, non sanno chi sono, non mi faranno le poste sotto casa per rubarmi la mutanda. Tranquilla!

4.6.14

Giro di ricognizione

Succede sempre che i posti più vicino a casa si ignorano un po', perché prima o poi ci andrò, quando ho un fine settimana libero, e poi te ne scordi ed è da 14 anni che sono in Spagna e ancora non ero mai andata ad Almeria.

Almeria è a un tiro di schioppo da Murcia, 223km e ma perché mai 4 ore di pullman. (In realtà con quello di categoria Supra sono solo 2 ore e 45!)

Ad Almeria Sergio Leone ci girava gli spaghetti western, perché là ci sono ancora più cactus e sabbiadeldeserto che a Murcia. 



Ci sta addirittura un parco del Far West, ma io non ci vado perché ci fanno gli spettacoli coi cavalli, e molto vegano non è.

Ad Almeria ci concediamo un Gran hotel 4 stelle ...


... sì, certo, 4 stelle di mare! Popolato da Miss Culetto in bikini fluorescenti con fotografo al seguito che le immortala a bordo micropiscina, decorazione barocca, e la nostra è l'unica stanza senza balcone e con vista laterale sul porto ...



Ma abbiamo due poltroncine e un comodissimo tavolinetto che trasformiamo in sala da pranzo, attrezzati con posate Ikea e carta igenica a mo' di tovaglioli, e un sacco di prodotti vegani trovati al supermercato, in beffa alla regola niente cibo in camera. 


A Almeria ci arrivo con un occhio dolorante - troppo computer, troppi esami da correggere e una settimana quasi di notti semi-insonni per mal di schiena, mal di sterno, ma di stomaco che penso di avere l'ernia iatale, e temo di essermela provocata facendo troppe flessioni e magnando come un porco.

Invece scopro che probabilmente è solo il mio letto durocomeunsercio di Murcia, perché ad Almeria ci danno la stanza in anticipo e mi abbiocco un paio d'ore prima di pranzo e non mi fa più male niente.
E allora tutta gasata decido che è ora di andarmi a fare un bagno di vitamina D, lungomare e poi spiaggia e ...


... una bella insolazione dopo nemmeno MEZZORA non me la toglie nessuno!

Sarà forse che l'ultima volta che ero andata al mare d'estate senza ombrellone era stato 7 anni fa? E che prendo il sole solo andando da casa al lavoro?

Torno in hotel e crollo, bianca più di prima, e in mancanza di ghiaccio bisogna sopperire con bottiglie di birra, che qualcuno se le sarebbe volute bere belle fresche e invece servono a raffreddare la mia capoccia in fiamme.

Ma vabbè, riesco a dormire e recupero 12 ore di sonno, e mi rendo conto che il mio corpo è sempre più meccanico, surriscaldo il motore e addio core, tocca spegnere tutto e poi si vedrà.

La mattina dopo infatti sono sveglia alle 7, c'è l'Alcazaba che ci aspetta, l'ho vista la notte prima durante uno dei momenti di lucidità nel delirio febbricitante, in cui sapevo, CAPIVO, di essere stata un elefante nella mia vita passata, e che per abbassare la febbre dovevo mettermi una bottiglia di birrra fredda su ogni orecchio.


Tutti quelli a cui avevo detto che andavo ad Almeria avevano commentato che non c'è niente da vedere, è bruttarella, Almeria??

Io penso meriti la pena di fermarcisi almeno un giorno, soprattutto se non fa troppo caldo, e salire su per la collina, ed eccola, sorniona e gratuita, la sorellina minore dell'Alhambra.

Giardini, acqua, fiori, tantissimi alberi, uccellini che nidificano negli spazi fra le pietre, silenzio.
Ci sono pochi, pochissimi turisti. 
Niente schiamazzi, niente comitive.
Solo noi, a immaginare come doveva essere bella la vita in questo luogo, senza Grandifratelli e Veline, senza cellulari e ipad, solo con storie raccontate sotto le stelle, infiniti bicchieri di tè zuccheratissimo, natura ascoltata e rispettata.





Poi la muraglia corre giù per la collina ...


... e un'altra collina, el cerro de San Cristobal, ci aspetta di pomeriggio. 

Lì troviamo una statua di Cristo, el Sagrado Corazón de Jesus, di cui quasi non ci sono informazioni su internet.
Sarà perché per arrivarci bisogna attraversare un quartiere gitano?
La mia canotta, calzoncini, ciabatta di plastica del supermercato e mollettone in testa, più i tatuaggi sulle braccia-spalle mi confondono benissimo fra la popolazione locale, ed eccomi lassù.





C'è un ragazzo solitario che medita guardando il mare.
Una coppietta arrivata in macchina, che scappa subito via da queste rovine piene di cocci di bottiglia.
Un signore panzuto con un cane altrettanto panzuto, che scopre la pancia per rinfrescarsi.
Due ragazzini che giocano a saltare dai muretti.

Ognuno con la sua storia.
Ognuno a guardare il mare con occhi diversi.

Io lo guardo e penso che devo portarmi cappello e occhiali da sole, la prossima volta che ci torno.

Il viaggio si conclude troppo presto.
Penso di aver comprato il biglietto di ritorno per il pomeriggio e invece mi rendo conto all'improvviso che si torna a Murcia a mezzogiorno. Giusto il tempo di buttare tutto in valigia e riportarmi la mia bella insolazione a casa.











24.5.14

Testa di maggio


La mia testa è un talk-show, vivo in un universo parallelo in cui il fine settimana faccio le prove senza ospiti di ciò che andrà in onda il lunedì.

Sono il presentatore e gli studenti sono i miei ospiti che, poveracci mannaggia al giorno che mi sono iscritto/a a conversazione di inglese, si ritrovano a parlare di transessuali, se il mattatoio avesse le pareti di vetro, bambiniassassini, qual è il segreto della felicità vai a vivere in Butan, I want a Big Jim body e chissà se rimpiangono le classi in cui si parla di inquinamento e se fossi un animale sarei un Gasteropodone Rosa (perché il favoloso dottor Dolittle lascia il segno).

La mia testa è un fruttivendolo, in cui i pomodori crescono in balcone, concimati dagli scarti della nostra cucina e tenuti su da manici di scopa raccattati per strada, da ex-fili stendibucato e da un cactus ...



 e le more crescono sugli alberi senza spine e tatuano le mani e le labbra  ...


e si fa la dieta dell'albicocca e mi abbronzo nei 17 minuti a piedi casalavoro ...



e i vegani siamo famosi e finiamo sul giornale, ma solo una foto e forse menomale, perché chissà che avrebbe scritto un giornalista, dopo che una falsa vegana al masterchef spagnolo dichiara che vabbè, il tonno si può mangiare, basta benedire la sua anima. E la capoccia di maiale la può cucinare, perché in fondo lei è flexi, vegana quando le fa comodo (tipo per entrare al programma, che sennò quando mai l'avrebbero presa?)


La mia testa è il viaggio Baltico passato e foto da mettere ancora in ordine e questo dov'era e ti ricordi quel giorno che e i viaggi futuri di mappamondi googlemaps che girano vertiginosi e un giorno si guarda verso Draculandia e quello dopo verso Gesulandia.

La mia testa è silenzio di maggio, vento che sbatte sui vetri e non mi fa dormire la siesta.

La mia testa è stomaco.


La mia testa sono parole che non esistono nelle lingue che parlo eppure a volte ne avrei un gran bisogno.


Da un interessantissimo progetto di  Anjana Iyer, sulle parole che non hanno corrispondenza in inglese ... guardate un po' che parole italiana compare! http://www.behance.net/gallery/9633585/Found-In-Translation)

La mia testa è un equilibro che si ricompone, dopo che il coinquilino che doveva essere perfetto come regalo di compleanno se n'è andato. E un backpfeifengesicht se lo sarebbe meritato.



29.4.14

Feste spagnole: el entierro de la Sardina

Negli ultimi giorni è successo di tutto, che da una parte mi verrebbe da sotterrare la capoccia come uno struzzo, dall'altra penso, questa è la vita, vivo in Spagna, viva la fiesta.

Perché poi un giorno stai facendo un giro per strada, La Gran Via, e te la ritrovi bloccata così, con i gitani che ti chiedono quieres silla? (vuoi una sedia?)


E poi vai in centro ed è pieno di Nembo Kids over '60, con mantelli fuxia-dorati-argentati, gli occhiali con le lucette, le catenine trash, e circondati da gruppetti così, musica a palla, folla di ubriaconi e tutti che magnano e bevono e fanno caciara.


E tu sei coi tuoi genitori, che dopo 14 anni di assenza sono tornati a farti visita nel deserto.
Sí, perché questa volta, invece di venire fra giugno ed agosto che le temperature raggiungono l'inferno al cubo, grazie a Vueling infine il volo diretto Roma-Alicante li ha convinti a prendersi una vacanzina e ad esserci per un pezzo delle fiestas di Murcia.

Da queste parti vige lo stile voja de lavorá sartame addosso, e ogni scusa è buona pe' magna e beve e liarla parda (= fare casino), e allora i Murciani furboni hanno pensato bene di aggiungere una settimana di festa dopo le vacanze di Pasqua, ed ecco a voi le FIESTAS DE PRIMAVERA. 
http://es.wikipedia.org/wiki/Fiestas_de_Primavera_de_Murcia

Durante queste feste ci sono vari eventi più o meno folkrlalcolici, sfilate, fiumi di birra, gente in costume tradizionale, gente in costumi improponibili e vergognosi, strade chiuse al traffico, monnezza che si moltiplica, schiamazzi, comi etilici, e insomma, spagnolitudine a più non posso.

Così ho portato mamma e papà subito subito a mangiare a una delle barracas, che sono una specie di trattorie-osteriae all'aperto, montate in occasione delle feste, dalle diverse peñas huertanas della città (associazioni folkloriche-gastronomiche) e che durante le feste servono piatti della cucina tradizionale ... 

assicurandomi previamente che ci fosse qualcosa di vegano: paella di verdure, peperonata, patate al forno, ensalada de pimientos, insomma, di fame non sono morta.


Poi nei successivi due giorni eccoci testimoni del Testamento e del Entierro (Tumulazione) de la Sardina.

Queste feste simboleggiano la vittoria di Don Carnevale su Doña Quaresima, e come in tante altre parti d'Europa sono le feste scacciainverno (anche se qua non esiste),  pagane, mitologiche, del fuoco.
E i nembo kids di cui sopra, e i tizi vestiti a righe sono appunto i membri dei gruppi Sardineros:
da Apolo a Morfeo, da Neptuno a Saturno, questi gruppi movimentano la città con sfilate carnevalesche, rumorose, ludiche, disordinate.

Noi abbiamo assistito a parte della lunghissima sfilata che portava la povera sardina a leggere il suo pubblico testamento, e alla sfilate finale che si conclude con una pira su cui la Sardinona di cartapesta viene data alle fiamme e scattano i fuochi artificiali. 

Io avevo già vissuto queste feste precedentemente, ma è sempre un'assurda sorpresa vedere sardineros coi cappucci appuntiti e le fiaccole infuocate, nonnette ballerine addobbate di piume, donnine inguainate in calze contenitive che sballonzolano panzette come se non ci fosse un domani, uomini che tracannano birra e sbarellano dietro occhialoni al neon, puffi, peppe pig, supermario, ballerine di flamenco, mercedes, camioni pubblicitari di risolviamo il tuo problema con le emorroidi, streghe, saltimbanchi, trampolieri, nanetti, e chi più ne ha più ne metta.




Io e Margherita tra l'esterrefatto e il ma 'ndo viviamo, oddio guarda quella che coscie, andiamo a acchiappa un pallone, anvedi quello, anvedi quell'altro, fuggiamo, rimaniamo, e una serie di atroci commenti possibili solo perché nessuno ci capisce.

I miei genitori invece, intossicati dall'adrenalina festiva, dall'odore di fiori d'arancio e di birra, presi nel vortice degli spagnoli mangiasemidigirasole, e cullati dalla calca, ecco, si sono integrati benissimo.
L'anno prossimo me li vedo ad aprire loro la sfilata, Nembo Kid e donna piumata.

24.4.14

Lituania 5: Trakai + una buona azione

Fino all'ultimissimo giorno il nostro viaggio è stato improvvisazione e decisioni last minute.
C'è da tornare da Vilnius a Kaunas e allora lì nel mezzo, in quei 100km scarsi, che ci sarà da vedere?

Incredibilmente una rapida occhiata alla guida ci rivela che ancora una volta abbiamo avuto una gran botta di cul fortuna e che fra le due città c'è Trakų salos pilis, un castello che si trova in un parco naturale su un'isoletta in mezzo al lago Galvė, uno dei 200 laghi della regione. 

Se il nostro viaggio è stato caratterizzato da qualcosa, questo qualcosa sono stati decisamente i laghi e i boschi, che abbiamo attraversato da sud a nord e da est a ovest. Azzurro che spunta dal verde, celeste che circonda il verde. Cielo, alberi, acqua. Ci si scorda un po' che esistono città immense là fuori da questi confini, e si finisce per pensare che il mondo sono casette di legno colorate, panni stesi ad asciugare al vento, una volpe sul ciglio della strada, papere che migrano chissà dove, corvi a caccia di pranzetti, cicogne.

Ci svegliamo infine un po' più tardi, fuori splende il sole e la pioggia preannunciata non arriva, le giacche finiscono nel portabagagli ed eccoci di nuovo in marcia, con le macchie di 8 giorni addosso, alla ricerca del castello perduto.

A 30 km da Vilnius, Trakai è una delle mete più turistiche della Lituania, ma come durante tutto il viaggio in giro di gente ce n'è poca. Rifuggiamo un gruppone di italiani che urlano nel cortile del castello, e gironzoliamo per le stanze e le sale, e su e giù per scale e ballatoi, gettiamo una monetina nel pozzo dei desideri, ammiriamo collezione di oggetti disparati, e poi quando comincio a perdere l'orientamento ce ne andiamo in riva al lago dove rimarrei volentieri a farmi un riposino sull'erba o su un pontile.


 

Ne approfittiamo invece per fare un picnic con i resti delle cibarie che ci hanno accompagnato per tutto il viaggio, mettere i piedi a mollo mentre panzuti uomini di mezza età si gettano di testa nell'acqua gelida e poi arriva il momento di ripassare velocemente per Kaunas città, un caffè veloce veloce, un giretto con il sole, e via all'aeroporto.

La nostra avventura si conclude con un pay it forward, a ripagare il karma di queste belle giornate concesseci. Per tutto il viaggio abbiamo pensato che volevamo fare una buona azione e raccattare qualche autostoppista, ma poi li vedevamo o quando era troppo tardi o quando praticamente eravamo arrivati alla nostra meta.
E allora decidiamo di fare qualcosa di più.

Una coppietta di lituani, diretti anche loro in Spagna, ci chiedono informazioni su come arrivare a Granada da Alicante. Hanno guardato gli orari dei pullman e si sono resi conto che l'unica possibilità è aspettare all'aeroporto, passandoci la notte, e prendere un pullman la mattina successiva da Murcia, perché in Spagna i collegamenti a volte sono davvero un caos.

Allora gli offriamo di portarli noi a Murcia in macchina, perché la nostra è parcheggiata in aeroporto.
Ma questa offerta sposterebbe solo di qualche decina di chilometri la loro notte all'adiaccio.
Ci guardiamo e lo propongo: potete stare da noi questa notte, che intanto abbiamo spazio e letti in più.

Lei, che studia gli algoritmi ricavati dal volo degli uccelli per applicarli all'informatica, e lui, che fotografa tutti i fiumi che gli capitano a tiro, ci guardano un po' sorpresi e un po' titubanti, e poi accettano.
Io penso che in tutti i miei viaggi, anche se non ricordo precisamente i dettagli, c'è sempre stato qualcuno che mi ha aiutata gratuitamente, che mi ha risolto un problemone, che con un sorriso gentile ha avuto il potere di cambiare la mia giornata.

Ora a cambiare la loro giornata, o meglio, la loro nottata, è il nostro turno, e come l'abbraccio spontaneo che una signora ci aveva dato il nostro primo giorno in Lituania, questo è il nostro modo di dare loro il benvenuto in Spagna, ed è il nostro bentornati a casa.

20.4.14

Lettonia 2: campo di concentramento di Salaspils

Devo ammetterlo: tempo dedicato all'organizzazione/pianificazione di questo viaggio tendente allo 0.
Troppo occupati prima di queste vacanze, un'occhiata rapida a google maps, ostelli prenotati veloce veloce e che San Cristoforo ce la mandi buona.

Così sappiamo che per tornare all'aeroporto di Kaunas passando per Vilnius, dobbiamo scendere pressoché a ritroso, e quanti km saranno mai? Tanti, ma ce ne preoccupiamo solo la sera prima, e allora dove ci si ferma? Perché almeno due tappe toccherà farle, Alberto ha 1500km sul groppone, menomale che non si lamenta mai.

E così sui soliti fogli stracciati dalla guida dell'Europa dell'Est del 2001, leggendo cosa c'è nei dintorni di Riga perché da lì dobbiamo ripassare, viene fuori il nome di Salaspils, e del suo campo di concentramento e mi vergogno, perché non lo sapevo che i lager avevano flagellato anche questa parte d'Europa.

Salaspils si trova a pochi km dalla capitale, e noi ci arriviamo perdendoci, attraversando un cimitero, e all'entrata c'è un anziano seduto, e ci guarda, turisti spensierati, e dai suoi occhi lo so che questo sarà un giorno di viaggio diverso, di quelli che all'improvviso stai in silenzio, e vuoi un momento da solo, e ti rendi conto della fortuna che hai, a passeggiare per quello che ora è un parco e che 70 anni fa era un luogo di morte.

Salaspils fu uno dei principali campi di concentramento in territorio sovietico. 
Il campo venne costruito nel 1941, per deportarvi gli ebrei tedeschi. Poi trasformato in un campo di lavoro, dove malattie, fatica, freddo uccisero ebrei tedeschi, olandesi, cecoslovacchi, francesi, belgi.
E poi oppositori politici, dissidenti, stranieri considerati sospetti. Tantissimi bambini.

La scritta all'entrata ricorda che al di là di quella soglia la terra geme.

Oggi delle baracche dell'epoca non resta nulla. 
Solo blocchi di pietra a ricordare dov'erano, giocattoli e pupazzetti ad adornare quelle dei bambini.
Un metronomo pulsa incessantemente come un cuore e colpisce come un pugno.

E quattro statue giganti: la Maternità, l'Umiliato, la Solidarietà, l'Integro.



E non c'è proprio altro da dire.

Lituania 3: Kryziu Kalnas

L'ultima parte del viaggio sono chilometri extra, ma ormai ci siamo abituati.
Il navigatore ci manda di qua e di là, non ama le strade principali, decide di farci passare davanti a tutti i cimiteri, che sono pieni di gente, è Sabato Santo e, senza averlo pianificato, anche noi lo viviamo in tema.

Ho letto sulla guida - e anche un collega me ne ha parlato - di Kryziu Kalnas, la collina delle croci http://www.hillofcrosses.com e abbiamo deciso di fare qualche decina di km in più per visitarla.

Sappiamo che è a 12-14 km a nord-ovest della città di Siauliai, così guardiamo a destra scendendo a sud e immaginiamo croci che in realtà sono alberi.
Io penso a una collina collina alta alta, che si veda da lontano. Siamo in viaggio da 10 ore e la stanchezza si fa sentire, Margherita scorge delle croci da lontano e no, non può essere, ci sono poche croci, mi avevano detto collina, e che le croci parlavano con il vento.

Poi ci avviciniamo e capisco.
Ce ne sono centinaia, migliaia.

Croci grandi e monumentali, fra cui una lasciata da Giovanni Paolo II nel 1993, croci piccole, rosari, croci di legno, di pietra, di plastica, fatte con due matite e con due cerotti, anonime, colorate, con iscrizioni, statue, foto, quadri, immagini.

50000 negli anni '90, 100.000 nel 2006, sarebbe impossibile contarle, nascono le une dalle altre, consumate dal sole, dalla pioggia, dalla neve, si tengono in piedi reciprocamente, e quando il vento soffia parlano fra loro e con chi passa.


L'origine di questo fenomeno è incerta, ma si crede che la prima croce fu piantata sulla collinetta di Jurgaičiai dopo la rivolta di Novembre (1830-1831) contro il dominio dell'Impero Russo in Lituania e Polonia: le famiglie dei caduti che non potevano dare sepoltura ai corpi dei ribelli uccisi, cominciarono a portare croci su questa collinetta.


Durante gli anni dell'indipendenza lituana, dal 1918 al 1944, alla collina delle Croci i lituani si recavano in pellegrinaggio per pregare per la pace, per la patria e per i caduti durante le guerre di indipendenza.

Durante la successiva occupazione sovietica, che durò fino al 1990, la collina e le sue croci si trasformarono anche in un luogo e simbolo di identità culturale e religiosa, di resistenza pacifica.
I sovietici rimuovevano le croci, addirittura coi bulldozers, e pianificavano di allagare la zona costruendo una diga. E i lituani continuavano e a portare croci e lo fanno ancora oggi, insieme a decine e centinaia di pellegrini di tutto il mondo.


Anche se non si è cattolici, anche se non si è religiosi, non si può fare a meno di sentire l'energia di questo posto, pieno di speranze, di ricordi, di fede, di amore e nostalgia per chi non c'è più.
Penso alle mie nonne, penso a zia Fernanda.
Sento i passi, una preghiera mormorata, vedo le mani che depongono una croce.

Al di là delle religioni, al di là dei simboli.